LA STRAORDINARIA VITA DI MARGHERITA CORRADI
MONACA BENEDETTINA
1570-1665
autore Dom
MARIANO ARMELLINI (1733)

Margherita Corradi nacque intorno al 1570 a Roma da una famiglia di condizioni abbastanza buone, dal padre Furnio Corradi, nobile d'Amelia, e dalla madre Prudenzia Pistoni romana; ma all'età di cinque anni, condotta ad Amelia, antichissima città umbra, fu introdotta all'età di tredici anni nel monastero benedettino di S. Caterina della stessa città, e vi rivestì l'abito assumendo il nome di Margherita (prima si chiamava Cleria). Visse quasi fino a cent'anni in grandissima austerità e santità , diffondendo intorno a sé il profumo delle più alte virtù: infatti, non solo (come testimoniò il p. Priolo della Congregazione somasca, per molti anni suo confessore), conservò sempre illibata da ogni peccato mortale la candidissima tunica ricevuta col battesimo, ma non diede mai un consapevole assenso alla più piccola macchia derivante da qualsiasi vizio. Perciò il suo confessore, quando la ascoltava, la rimandava via con la sola benedizione e con l'assoluzione "condizionata"; non si trovava niente nella sua anima che non appartenesse a Dio e camminò davanti a Lui sempre in obbedienza ed in semplicità, percorrendo sempre il cammino di virtù in virtù, come una preziosa perla, di fatto e non solo di nome, custodita dalla divina grazia con grandissimo zelo e resa di giorno in giorno più bella come l'oro nella fornace dalla costante pena delle tribolazioni e delle difficoltà.
Terminato appena il noviziato, un'ulcera inguaribile comparve sulla sua
mammella, ma essa non lo rivelò mai a nessuno per pudore,
eccetto
che a due monache che vincolò al segreto; pertanto, trascurando
di curarsi, l'ulcera alla fine degenerò in tumore e la mammella
cominciò a pullulare di vermi. Così, mentre un mattino
ella stava per raccogliere i vermi che era caduti dalla sua mammella
(tanto li rispettava), scoperse stupefatta che si erano trasformati in
perle; e poiché non poté assolutamente celare questo
miracolo, la sua mammella fu da tutti chiamata conchiglia delle perle.

Poco tempo dopo aver pronunziato i voti monastici, le apparve Cristo
Signore in aspetto venerabile e glorioso, risplendente di gran luce, ed
Egli le comandò di non mangiare carne di qualsiasi tipo per
tutta
la vita e di non usare letti per dormire. Obbedì senza indugio,
anche se il senso del gusto vi si opponeva risolutamente: pur essendosi
sempre nutrita volentieri delle frattaglie degli animali, ugualmente da
allora fino alla morte se n'astenne completamente, accontentandosi di
soli vegetali e di una piccola quantità di pane; inoltre,
da allora prese sonno sopra dei nudi assi sempre vestita e per
brevissimo tempo. Ma il celeste sposo, che aveva proibito a Margherita
le consolazioni corporee e terrene, nutriva senza risparmio la sua
anima
con la manna soavissima, anche se nascosta, dell'orazione, la cui
dolcezza superiore a quella del favo e del miele usò per
attirarla fin dall'infanzia e condurla in quella solitudine dove
parlava al suo cuore. Per tale ragione, quando due sue zie, monache
dello stesso lodato monastero, le assegnavano a motivo della sua
età i lavori manuali, Margherita fuggiva ogni volta che n'aveva
l'occasione e si nascondeva in rifugi irraggiungibili per potersi
dedicare con più ardore alla preghiera; sopportava quindi con
grandissima pazienza i loro frequenti rimproveri sulla sua presunta
pigrizia che le faceva fuggire la fatica. Lei invece, nutritasi col
cibo
dell'orazione frequente, subito raggiunse la statura di una completa
santità e come una fiaccola risplendente, posta sul
candelabro dallo stesso Sovrano del mondo, fornì la luce di
tutte le virtù a coloro che entravano nella casa del Signore.
Durante un momento di preghiera vide in spirito che una delle tre travi che avevano il compito di sostenere il tetto stava ormai quasi per crollare e che le altre due minacciavano di seguirla tra breve. La serva di Dio comprese immediatamente che le assi simboleggiavano i tre voti monastici: era inosservato quello di povertà e ciò metteva in pericolo gli altri due. Era perciò suo dovere riparare ogni cosa e ripristinare l'originaria osservanza. E così, appena fu lei ad essere eletta superiora in modo sorprendente e contro la sua volontà, subito si diede ad ispezionare le celle e ordinò che fossero portati via tutti gli oggetti e posti in un locale d'uso comune; di essi fece restituire a ciascuna monaca ciò che era strettamente necessario, secondo gli ammonimenti divini, in particolare le vesti; il denaro invece lo ripose nella cassa comune, affinché non fosse più possibile da quel punto a nessuno prenderne neppure un soldo per fare qualsiasi cosa senza che lei ne fosse a conoscenza. Fece ciò col consenso pronto e convinto di tutte le monache, ed in questo modo quel monastero fu riformato in pochissimo tempo. Dopo aver gettato le fondamenta della povertà e dell'obbedienza, subito le altre cose si sistemarono e rafforzarono: la totale custodia del silenzio, l'amore per la preghiera, il desiderio della solitudine, l'assidua presenza nel coro, la lontananza dai muri perimetrali, la fuga dalle persone secolari, l'abitudine ai digiuni ed alle vigilie, la frequente assunzione dei sacramenti, insomma la forma corretta e lodevole della vita monastica che ancora oggi vi perdura tra il plauso di tutti. Ma cosa non avrebbe potuto richiedere alle sue sottoposte quella Superiora la cui vita ed ogni atto erano norma e modello di virtù e santità alle altre?
Accingendomi dunque a descrivere le virtù di Margherita,
comincerò dall'amore di Dio e del prossimo, che è il
primo
e più grande comandamento sul quale si basano l'intera legge ed
i profeti, come insegna il Salvatore. A tal punto Margherita era
infiammata d'amore per Dio che fortissimamente desiderava che Egli
fosse grandemente amato e costantemente lodato da tutte le creature.
Secondo il detto di S. Gregorio Magno: E'
grande nell'amore di Dio colui che induce molti ad amare Dio;
perciò, dal momento in cui aveva cominciato a provare amore
sommo verso Dio, Margherita trascinava con la parola e con l'esempio
quante più consorelle poteva alla preghiera, alle flagellazioni
volontarie, alla recitazione delle divine lodi e alle altre opere di
pietà. Del resto, l'incendio del divino amore che le infiammava
il cuore si diffondeva anche nel resto del corpo, cosicché
più di una volta fu costretta, per abbassarne la temperatura, a
pregare a lungo genuflessa sul ghiaccio con le ginocchia scoperte.
Fornì chiarissime prove anche di uno straordinario amore verso
il prossimo, che anch'esso promana dallo stesso fonte del divino amore.
Ogni volta che ve n'era occasione, molto volentieri serviva tutte le
monache in qualunque faccenda, leggendo quasi sempre al loro posto a
mensa, e lo faceva con una voce talmente soave, devota e assolutamente
angelica che tutte si nutrivano della letizia del suo spirito e della
compunzione del suo cuore. Quasi sempre, bussando alle porte delle
celle, esortava le monache a celebrare il divino ufficio, e lei stessa
assisteva con cura le consorelle malate in qualsiasi cosa fosse
necessaria, porgendo a ciascuna con le proprie mani medicine e cibo;
lei
stessa si sobbarcava con decisione le mansioni delle converse (come le
chiamano), non scansando i compiti più umili della cucina,
dell'orto e degli altri locali di lavoro; scopare la sporcizia, lavare
i
vasi, rifare i letti, non tralasciando infine nessun dovere di
carità ed atto di misericordia. Se qualcuno dei parenti o
degli amici le donava del cibo, subito lo distribuiva a tutte le
monache
senza fare distinzioni, anche se in tal modo ben poco ne sarebbe
toccato a ciascuna. Benché, infatti, fosse molto ristretta verso
se stessa, era invece generosa e liberale con le monache, cercando con
grande sollecitudine che tutto quello che riguardava il loro vitto
fosse organizzato con abbondanza ed efficienza, nella misura in cui
è consentito dalla condizione monastica, e quando era lei ad
occuparsi per una settimana della mensa o della cucina, faceva in modo
che le monache ricevessero sempre qualcosa in più del solito.
La sua vita univa con un bel nodo la contemplazione all'azione: con la
contemplazione si rivolgeva a Dio, con l'azione al prossimo. E
così, dopo aver molto ed a lungo pregato, si metteva a tessere
bende e fasce, (non allontanandosi però con la mente da Dio), e
ne produceva in breve tempo una grande, quasi incredibile
quantità che dopo donava per amore di Dio e per
carità verso gli altri. Ma, poiché era giovane e si
sentiva piena d'energie fisiche, dopo le consuete preghiere, si
sottoponeva anche a mansioni più pesanti, ma tutte in relazione
alla gloria ed al culto di Dio: era solita cucire albe, cotte, pianete,
vele ed altri tipi d'indumenti sacerdotali e di suppellettili sacre che
donava alla chiesa ed all'altare, non conservando assolutamente niente
presso di sé, né ricavando da essi alcun benché
minimo lucro. Era infatti del tutto aliena da ogni brama ed interesse
mondani, ma tutto faceva unicamente spinta dall'amore di Dio: Infatti l'amore di Dio, come afferma il
sullodato Gregorio Magno, opera
grandi cose, se c'è; quando invece ci si rifiuta di agire, vuol
dire che non c'è.
Astinenza
Iniziando a descrivere le altre sue particolari virtù, ci viene
innanzi per prima l'astinenza che fu in lei così grande da non
poter essere descritta a parole e per iscritto senza suscitare ogni
volta un'intensa ammirazione: osservava integralmente non solo la
quaresima prescritta dalla Chiesa, ma anche altre, come quella dei
frati
Minori. Anzi, l'intera sua vita dopo l'ingresso nell'Ordine monastico
fu una perpetua quaresima: oltre a non mangiare mai carne, come abbiamo
detto più sopra, non toccò neppure uova, latticini e
gustò molto di rado anche i pesci. Una volta, quando il suo
confessore padre Priolo le ingiunse di mangiare due uova, Margherita
gli obbedì subito, ma nonostante tutti i suoi sforzi, non
riuscì a far accettare quel cibo allo stomaco e fu costretta a
vomitarlo. E così sua invariabile pietanza erano il pane e le
verdure e la sua bevanda era l'acqua (del vino non poteva sopportare
nemmeno l'odore). Tutti gli ortaggi che servivano al suo sostentamento
per l'intera settimana li cucinava in una volta sola la domenica, e
così da quella stessa pentola assumeva la porzione giornaliera,
molte volte ricoperta di muffa, andata a male e talvolta piena di
vermi:
lei allora, dopo averla riscaldata, la mangiava avidamente,
perché al suo palato aveva un gusto soave e dolce, e in tal modo
ristorava con mirabile gioia sia il corpo che l'anima. A coloro che le
dicevano giustamente che un cibo conservato tanto a lungo era sordido,
ripugnante e ammuffito, lei rispondeva: Questo è quello che mi conviene e
mi piace più di tutto. Infatti, quel cibo di Margherita
aveva, come la manna mandata dal cielo, il piacere e la
soavità d'ogni sapore. Questo suo abituale regime
alimentare, questo suo continuo digiuno, talvolta la portava a
trascorrere senza mangiare nulla un giorno intero, specialmente il
mercoledì, ed altre volte due ed anche tre giorni e, nutrita del
grasso delle contemplazioni celesti, si dimenticava del tutto il cibo
materiale, specialmente quando assumeva la santa eucarestia. Sarebbe
rimasta ancora più a lungo in completa astinenza se non avesse
mangiato qualcosa quando le monache la esortavano a prendere cibo, ma
più per allontanare un motivo di vanagloria che per bisogno di
cibo: talmente soave è il Signore per coloro che lo gustano.
Quando la interrogavano sul perché si astenesse così a
lungo dal cibo, rispondeva giustamente: Non vedete che mangio? Infatti si
cibava del cibo degli angeli che le forniva straordinaria energia e
forza, affinché si portasse al monte di Dio con la forza di quel
cibo, al punto che in quei giorni lei si sentiva più forte ed il
suo volto appariva agli altri più vivo e rotondo. In particolare
nei venerdì, in onore della passione del Signore non assumeva
nient'altro cibo che pane e come bevanda assenzio ed aceto, e questo
mai
prima del tramonto del sole, prolungando con grande resistenza fino a
quell'ora il digiuno. Era una cosa che destava grande meraviglia vedere
che anche nella stagione invernale, quando tutti gli altri alberi
dell'orto erano spogli, quello d'assenzio invece emetteva sempre delle
foglioline negli stessi venerdì per il consumo di Margherita. E
non sazia di fornire tanta amarezza al suo palato, torturava la gola
con
un diverso tormento: più di una volta, mentre mondava l'orto
assieme alle converse, si era messa a masticare le ortiche che aveva
trovato, cosa che, aveva confessato, aveva fatto molte volte fin dalla
giovinezza per mortificare la gola. Quando si infliggendosi queste ed
altre simili penitenze, insultava il suo corpo dicendo: Così da ora in poi bisogna
comportarsi con te, mostro fetido ed orrendo, per farti servo dello
spirito. Tuttavia, negli ultimi anni della vita mitigò un
poco questo rigore del digiuno che non permetteva di assumere
assolutamente cibo in qualche giorno della settimana per obbedire al
suo
confessore, mangiando così dei pezzettini di pane e poche erbe.
Ma non bisogna tacere che Margherita, fosse per l'esempio esigentissimo
del suo perenne digiuno o per la sua preghiera, infondeva anche nelle
altre la capacità di digiunare. Nell'anno 1664, in quel cenobio
viveva una monaca che non poteva digiunare senza grande sforzo e con
grande difficoltà; a lei Margherita un giorno sussurrò
all'orecchio: Ti benedica Dio e ti
conceda quella virtù che ha donato il gusto del Cielo.
Mirabile a dirsi! Da quel momento la monaca non provò più
alcuna difficoltà a digiunare, anzi molto volentieri
cominciò a digiunare quotidianamente, a tal punto è vero
quel detto di S. Basilio Magno: il
digiuno rafforza i potenti.
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qualcuno non la scoprisse o si udissero i colpi dei flagelli, cambiava spesso il locale: talvolta nella cantoria dell'organo, altre volte nell'oratorio, più spesso esercitava questa asprissima tortura contro se stessa in una grotta del loro campo, luoghi nei quali, in particolare la grotta, si potevano vedere spruzzi di sangue in abbondanza. Infatti, con tanta forza e tanto impeto reiterava i colpi di flagello che sembrava non avesse un corpo di carne ma di legno insensibile o di selce durissima; si serviva a questo terribile scopo di molti flagelli di corda e di catenelle di ferro. Le monache allora, spinte da pietà o da devozione, quando potevano, spesso pietosamente le sottraevano le stesse catenelle e i flagelli; ma se questi mancavano, Margherita si colpiva provvisoriamente con delle corone di rosario o qualunque altra cosa capace di suscitare dolore e di far sanguinare e, poiché in genere lei collocava in luoghi nascosti altri simili strumenti di penitenza, quasi mai se ne ritrovava sprovvista. Tutto questo era poco per il suo desiderio di soffrire e, sebbene fosse già così grande il dolore delle ferite prodotte dai flagelli, volle aggiungervi la durissima tortura dei cilici e delle catene sulla pelle viva; il cilicio usato da lei fino al novantesimo anno d'età era di ferro formato di punte acute e sporgenti che aprivano la schiena e le spalle e penetravano talmente in profondità che era quasi tutto ricoperto dalla carne che vi si attaccava. E così, nell'ultima malattia, a stento poté essere strappato dalla carne, spezzato tuttavia e fatto a pezzi con la forza e tagliato minutamente con le forbici. Oltre a questo, portava addosso altri cilici fatti di pelo di cavallo e di altri più duri materiali. E così, mentre con i flagelli e con i cilici non risparmiava nessuna parte del corpo, in aggiunta andava a piedi nudi sulla neve ed il ghiaccio, piegandosi a pregare con le ginocchia |
nude per lungo tempo, bramando di rendersi simile al celeste sposo insanguinato in cui dalla pianta dei piedi alla cima dei capelli non c'era una parte risparmiata. Ma l'amore grandissimo per quello sposo faceva sembrare tutto questo poco o nulla a Margherita.
Dopo che Cristo Signore, apparsole, le aveva comandato di non dormire
più sul letto, lei osservò questo col più grande
scrupolo, andando a dormire da quel momento sui piedi lignei degli
altari; però non distendeva completamente il corpo, ma quel
pochissimo tempo in cui dormiva sempre stava sempre ripiegata e
contratta ed a volte prostrata in ginocchio; quando per dovere
d'obbedienza, specialmente nei periodi di malattia era costretta a
servirsi del letto, neppure allora l'ingegnoso zelo interrompeva la
penitenza che le era stata imposta da Dio: collocava abilmente
sull'imbottitura una tavola di legno della stessa misura del suo corpo,
ricoperta da un telo perché non fosse scoperta e su di essa
giaceva. Altre volte, quando le veniva ordinato di mettersi nel letto,
obbediva subito per poi discenderne immediatamente per dedicarsi alle
consuete preghiere e flagellazioni inginocchiata per terra: per nessuna
ragione, infatti (dopo che Dio glielo aveva vietato), poteva rimanere a
lungo su di un letto o prendervi sonno. Se vi ci si provava, di sua
volontà o per comando altrui, immediatamente era presa da
freddo intensissimo e da tremiti, anche in piena calura estiva; allora
scendeva immediatamente a terra e si prosternava ed il freddo se ne
andava, mentre lei cadeva addormentata brevemente ma placidamente,
qualunque ora fosse. E' evidente da ciò che lei era mossa da un
così grande ed intimo odio verso se stessa ed il suo corpo da
scorgere in esso, rigidamente e spietatamente, una specie di
pericolosissimo nemico; e quest'odio certamente era cresciuto sempre di
più dalla volta in cui Dio le aveva mostrato dal vivo la
deformità della natura del corpo e la sua sozzura e le aveva
fatto comprendere tutti i danni e gli svantaggi che esso reca all'anima
e tutti i peccati e le scelleratezze che fa operare contro Dio; le
aveva
comandato, inoltre, che lo stesso corpo fosse tormentato severamente
come colpevole causa di tutti i mali ed oppresso sempre come un vile
schiavo e tenuto sotto il freno di una dura servità,
affinché non potesse mai rivoltarsi contro Dio e lo spirito.
Questo fece concepire a Margherita un tale odio, orrore ed avversione
nei riguardi del corpo che riteneva, nonostante lo trattasse con
durezza, di non punire il corpo come quello avrebbe meritato, e si
doleva sempre di non soffrire abbastanza nel suo corpo.
A queste cose si aggiunse la frequente persecuzione del diavolo che,
bruciando d'invidia per tanta virtù, per permissione di Dio la
colpiva ferocemente; ora buttandola a terra con impeto infernale, ora
sconciandole il volto e le spalle con dei lividi ed irritando le
piaghe,
ora per turbarla, tentando di azzannarla in forma di grande ratto, ora,
inondando d'acqua fino alle ginocchia la cappella, dove lei offriva le
preghiere all'Altissimo, ora spezzando l'acquasantiera, rovesciando
l'olio delle lampade e creandole molti altri ostacoli di questo genere;
e ciò che era più grave ed importuno, sia con interne
suggestioni sia con visioni esterne cercava di indurla con la voce e
col gesto ad un disonesto amore per le creature e ad atti impuri anche
all'età ormai decrepita di 90 anni. Dio permetteva al
demonio di tentarla in tutti modi perché ciò sarebbe
ricaduto a maggior confusione dello stesso (come accadde al beato
Giobbe e ad altri santissimi uomini); infatti, Margherita passava sopra
le molestie fisiche con animo sereno e volto ridente; invece, le
tentazioni e gli incitamenti osceni le respingeva lontano e le
sconfiggeva con le asprissime penitenze che poco sopra abbiamo
descritto, riportando così un glorioso trionfo su Satana ed i
suoi tranelli.
Dimostrò un'eccezionale sopportazione non solo verso questi
attacchi demoniaci, ma anche nei riguardi delle offese recatele dagli
uomini. Questa è infatti quella virtù che dal beatissimo
apostolo è descritta come necessaria al conseguimento delle
promesse, ed è presentata da Cristo Signore come certissimo
segno
delle predestinazione: Nella
pazienza possederete le vostre anime
(Lc. 21,19). Margherita, dunque, pervenne a quell'altissimo grado di
pazienza che le faceva rendere grazie per le offese ricevute e
rispondere con benedizioni alle maledizioni e compensare le derisioni e
le umiliazioni con doni e benefici. Ci fu infatti in quel monastero una
monaca che, istigata dal nemico del genere umano, aveva deciso di
appiccare il fuoco alla cantoria, dove Margherita era solita pregare e
dormire, ed anche ne parlava più volte sfacciatamente, dicendo
alle altre monache: Volete conoscere
la sua ipocrisia e la falsa santità? E' talmente vecchia che
neppure Dio se la vuole prendere; perciò vive ancora.
Margherita, invece, continuava con assiduità a trattare
quella stessa monaca come una sua benefattrice, con doni ed altri segni
d'affetto. Un'altra monaca soffriva di scrofole al collo, fetide e
infette, e Margherita detergeva con grande affetto di
carità le sue piaghe e la secrezione che da esse
fuoriusciva, e cercava per quanto era in lei di sostenerla e
consolarla;
ma con il permesso di Dio e l'incitamento del diavolo, quella monaca
concepì un tale odio e una tale animosità verso di lei
che non poteva in alcun modo né vederla né tollerarla, e
crebbe a tal punto la sua avversione che non poteva sopportarne la
voce, benché soavissima, quando cantava le divine lodi insieme
alle altre monache; e perciò, quando cedeva alla tentazione,
molto spesso, mormorandole contro, usciva dal coro lanciandole insulti
e oscenità. Un giorno, dopo aver aspettato Margherita all'uscita
dalla cantoria dove aveva eseguito un incarico, l'insultò con
offese e minacce pesantissime. Ma la serva di Dio non rispose neppure
una parola, sopportando con grandissima pazienza tutti quegli insulti;
quando le chiesero se veramente le fossero state scagliate tutte quelle
ingiurie, rispose coprendola: Mi ha
parlato, non mi ha aggredita né insultata.
Anche un'altra monaca soffriva di una piaga talmente purulenta che lo
stesso chirurgo si rifiutava di avvicinarla per l'intollerabile fetore
che da lei emanava. Margherita, invece, con indomita pazienza ed
inesauribile carità, ungendo e addolcendo con la mirra della
mortificazione tutti i suoi sensi, la servì costantemente fino
alla sua morte, applicando le medicine alla piaga, ricercando e facendo
incetta da ogni parte delle bende più leggere e la manteneva,
per
quanto era possibile, pulita e libera dal pus. Ma quella, per la forza
dello stimolo satanico, e vinta dal dolore e dalla nausea per una
malattia così atroce, invece d'amare Margherita per gratitudine
dei benefici, glieli imputava a colpa, e ogni volta che lei le porgeva
medicine e cure, la accoglieva con offese e con le più aspre
parole, accusandola di essersi così dedicata a lei non per
carità, ma per ottenere una meschina gloria umana ed essere
considerata santa dagli altri. Come reagiva Margherita? Diventava come
un uomo che non sente, che non ha rimproveri nella sua bocca (Ps.
37,15), e proseguiva con decisione in silenzio quest'opera così
ardua, anzi quanto più quella s'irritava ed insolentiva, tanto
più grandi erano la cura e l'impegno di Margherita nel curarla e
non si perdeva d'animo e mai le sue mani si stancarono finché
quella restò in vita, sebbene la angustiasse molto e le facesse
mandare giù bocconi amarissimi. Infatti, delle monache un po'
delicate e non abbastanza attente alla sua dedizione, avevano
ripugnanza
di Margherita per quello che faceva e non le permettevano di lavarsi le
mani nella bacinella comune, comportandosi con lei senza alcun rispetto
e generosità; lei invece, quando toccava la parte malata e la
sporcizia e quando riceveva gli insulti, era sempre piena di letizia e
di gioia, considerando sempre nell'animo quel detto: Dio ama il donatore gioioso (2
Cor.
9,7).
Pur soffrendo, dunque, persecuzioni e calunnie o toccandola varie pene
e tribolazioni, fu lontanissima dal dolersene, dal lamentarsene o dal
desiderare di liberarsene; anzi, volle che i persecutori e detrattori
ricevessero il dono dei suoi benefici e dei suoi servizi,
frequentemente
ripetendosi il detto: L'uomo che
tenta di difendersi dai persecutori e cerca di schivare le tribolazioni
e le afflizioni, respinge Dio e la sua grazia. Infatti, Dio
vuole
uomini pazienti che acquistino la corona della vita eterna con la
sopportazione; ma per Margherita non significava nulla tollerare
pazientemente tutte le avversità, se in mezzo ad esse non si
fosse anche mirabilmente gioito. Questo le era stato particolarmente
inculcato da Cristo Signor, provare più gusto nella tribolazione
in Cristo che nel dolce e nel miele e gloriarsi delle proprie
infermità; e desiderando lei apprendere il modo per conseguire
ciò, Dio le insegnò una mirabile preghiera in grazia
della
quale non si sarebbe turbata, né avrebbe lasciato il sentiero
della pazienza, anche se fosse stata fatta a pezzi, né avrebbe
mai potuto distrarsi o distaccarsi dall'unione e dalla contemplazione
del sommo bene.
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La sua umiltà ![]() |
E' certo che l'umiltà, fondamento e origine di tutte le virtù, aveva messo radici profonde nel suo cuore, come si può dedurre dal fatto che desiderava ardentemente e ricercava con impegno i segni di disprezzo e le derisioni come fossero stati doni preziosi ed insigni benefici, sia quando era semplice monaca sia quando era a capo del monastero; nell'ultimo caso, infatti, pregava ardentemente, anzi costringeva con l'autorità della sua carica le monache e le stesse converse a disprezzarla e ad arrecarle offese ed ingiurie. Anche se con qualche difficoltà, esse per dare una certa soddisfazione alla sua umiltà talvolta la assecondavano, ed allora lei mostrava grandissima gioia e giubilo del cuore, affermando sempre che quando era coperta d'insulti le sembrava di essere cinta da una corona di fiori. Quando, invece, le altre si rifiutavano di agire in maniera così ingiusta e volgare, allora Margherita chiedeva loro perdono: questo fu evidente soprattutto quando lei, in qualità di badessa, ordinò ad una sorella conversa di aggredirla con insulti ed offese; quella sul momento acconsentì per obbedienza, ma poco dopo, ritenendo di aver agito male e dolendosene grandemente (non considerava, infatti, che l'offesa non è tale se viene gradita), chiese a Margherita: Perché mi costringi a comportarmi con te così ingiustamente e a compiere una tale indegnità? Allora l'umile serva di Dio, subito inginocchiatasi e baciandole i piedi, la pregò di perdonarla. Viveva in quei tempi a Viterbo la monaca Giacinta Marescotti, celebre per santità, sorella del conte di Vignanello e dell'illustrissimo cardinale Galeazzo Marescotti che morì quasi centenario, subito dopo aver appreso che l'auspicato inserimento nell'albo dei beati di quella serva di Dio, a lui legata da un così stretto vincolo di parentela, sarebbe avvenuto ben presto per opera del santissimo pontefice Benedetto XIII. Infatti, il cardinale morì il 3 luglio 1726, mentre la sorella Giacinta fu inserita nell'albo dei Beati il primo settembre dello stesso anno. Giacinta, dunque, essendole giunta la fama che divulgava le virtù e i prodigi di Margherita Corradi, le scrisse rivolgendole l'epiteto di santa, richiedendole una corona del rosario per devozione e domandandole che rispondesse per iscritto personalmente. |
Questo indispose talmente Margherita e le recò tale dolore che disse apertamente che non le avrebbe scritto una parola e non le avrebbe mandato niente. Continuava a lamentarsene come se le avessero inferto un'atroce ferita, e ciò è vero indizio d'umiltà, come insegna il salmista con le parole e l'esempio: Invero mi sono esaltato, sono contristato ed umiliato. Obbligata, ciò nonostante, a rispondere, usò allora pochissime, fredde e secche parole, mentre un'altra monaca parente di Margherita, di nome Cherubina, mandò a Giacinta di nascosto un pegno sottratto alla sua corona di rosario.
Era sinceramente convinta nel più profondo dell'animo di essere
la peggiore e la più abietta tra le creature perciò
quando
era trattata male da qualcuno, riteneva che questo avvenisse
perché Dio aveva rivelato a quella persona la sua
indegnità e la sua pochezza. Pregava Dio per i calunniatori e i
persecutori come se fossero gli amici più cari con tale fervore
che quasi dimenticava di pregare per se stessa e spesso baciava il
pavimento su cui essi avevano camminato, come se fosse stata una terra
santa. Il confessore che lei aveva in quel periodo, Cristoforo Varasio,
si andava annotando molte cose della sua vita e delle sue opere che
apprendeva da lei stessa. Margherita allora, avendo intuito ciò,
una mattina gli disse che nella notte appena trascorsa le era stato
rivelato che non poteva trovarsi in quella generazione umana una
persona
più cattiva e scellerata di lei che, se non avesse dimorato in
quel cenobio, lontana dai pericoli in cui si dibattono le persone del
mondo, avrebbe compiuto azioni ancora peggiori. Difficilmente avrebbe
conseguito l'eterna salvezza, se lui che ascoltava le sue confessioni
avesse continuato a pensare che c'era in lei qualcosa di buono.
Ciò avvenne nell'anno 1660. Che dire a questo proposito, se non
gemere con l'apostolo: Come sono
incomprensibili i giudizi di Dio e misteriose le sue vie!, e con
il salmista: Quanto è
terribile Dio nei suoi giudizi sopra i figli degli uomini! Chi
non ha da temere dai suoi giudizi? Chi oserà insuperbire?
Chi presumerà di se stesso? Ecco in qual modo Dio desidera i
suoi servi e li rende umili; comanda di sperare tutto, di tutto
attribuire alla divina grazia, la quale è seguita dal nostro
libero arbitrio, senza la quale anche il più grande dei santi
riuscirebbe peggiore dello stesso Giuda. Qualcosa di simile Dio
rivelò alla serafica Teresa: il perdurare di una degna amicizia
verso una certa persona avrebbe comportato un graduale raffreddamento
dello spirito e poi l'insorgenza dei più gravi peccati, a causa
dei quali sarebbe stata gettata nell'Inferno più in basso dello
stesso Lucifero. Guai infatti a coloro che di loro volontà,
chiudendo gli occhi, espongono se stessi frequentemente e
temerariamente a tanti pericoli e occasioni di offendere Dio, non dando
ascolto al monito del divino Spirito: Chi
ama il pericolo perirà in esso.
Un'altra volta, mentre stava leggendo in un certo libro delle varie
specie di peccato che gli uomini possono commettere, in particolare
dell'adulterio, ebbe la tentazione di dire a se stessa: "io non ho mai
commesso un peccato simile"; udì allora una voce che le diceva: Non ci fu mai, né mai ci
sarà, né adesso si può trovare nel mondo intero
una
creatura che abbia commesso o commetterà più
peccati di te; infatti, gli altri hanno commesso quel peccato
più
volte col corpo, tu invece in ogni momento, durante la preghiera, la
meditazione, la recitazione dei divini uffici ed in molte altre
attività anche buone, tu sei trascinata all'adulterio con lo
spirito ed il sentimento.
Una simile risposta ebbe da Dio quando, durante una notte di Natale,
lei chiese di essere ammessa tra il bue e l'asinello per adorare il
Bambino Gesù: Nel presepe non
c'è posto per te, perché gli animali al tuo confronto
hanno maggiori e più meritorie qualità. E
così, per qualche leggerissima mancanza di una non completa
concentrazione durante la lode divina, Dio manteneva nell'umiltà
questa sua serva, sebbene ella non commettesse che lievissimi peccati
senza piena consapevolezza. Certamente al divino giudizio, che
sottopone
gli atti umani ad un esame rigoroso secondo giustizia, quelle cose che
a noi adesso sembrano minuscole come atomi, appaiono elevate come
monti: infatti ogni vivente non
troverà giustificazione davanti a lui; i cieli al suo cospetto
non sono puri; e Gregorio Magno, a proposito del versetto dei
salmi: "Io giudicherò le giustizie", dice: I nostri meriti all'esame della giustizia
divina si convertono in colpe.
Margherita, dunque, educata da Dio in tal modo, comprendendo
perfettamente come fosse necessaria per lei l'umiltà, esercitava
quella virtù più spesso che poteva; in particolare ebbe
come costume il baciare i piedi alle monache, anche quando rivestiva la
carica di badessa, e specialmente quando riceveva l'eucarestia. Per
quella stessa profondissima consapevolezza della propria piccolezza e
per la somma riverenza della maestà divina nascosta nel
santissimo Sacramento dell'altare, osava accostarsi alla sacra mensa
solamente una volta al mese, e ciò per ottemperare alle
disposizioni canoniche che considerano tale intervallo di tempo il
limite massimo di astinenza per i monaci dal conforto dei sacri
misteri.
Ma in seguito, assecondando il desiderio del suo confessore, padre
Priolo, si nutriva quotidianamente del cibo celeste, col quale Dio le
concedeva enormi e straordinari doni: infatti egli dà grazia agli umili.
Mentre era ancora tra i vivi, costrinse quelle monache che erano un po'
a conoscenza delle sue cose a promettere di non farne cenno ad alcuno e
di non rivelarle neanche dopo la sua morte; desiderando moltissimo la
scomparsa e del loro ricordo e della loro menzione. Ma dopo l'ascesa al
Cielo di Margherita, Angelo Blasi degli Eremitani di Sant'Agostino fu
mandato al monastero dal vescovo d'Amelia, Gaudenzo Poli, col compito
di
interrogare con ordine e con cura le monache sulle cose compiute da
Margherita, le sue virtù e i suoi miracoli, e di riferirne
integralmente per iscritto.
Allora tutte loro, prima di essere convocate, spontaneamente a gara si
recarono da lui per testimoniare ciò che di lei sapevano; quelle
che avevano giurato a Margherita di mantenere il silenzio ammisero di
aver deciso dapprima di comune accordo di non riferire nulla, ma che
poi
si erano sentite internamente costrette e spinte a liberare la loro
coscienza e a parlare, ritenendo che sarebbero state grandemente
colpevoli se avessero continuato a tacere tutte le meraviglie compiute
segretamente da questa serva di Dio; e così anche in questo caso
venne confermata la parola del nostro Salvatore: Chi si umilia, sarà esaltato.
Da tutto ciò si può facilmente ricavare quanto sentimento
di devozione riversava nel culto divino, a cominciare dalle lodi nel
coro che lei salmodiava con somma concentrazione e riverenza ed alle
quali faceva in modo che anche le altre partecipassero con la maggiore
diligenza possibile. Si recava nel coro per prima e chiamava sempre le
altre monache e le incitava ad affrettarsi con zelo alle lodi del
Signore; persino quando cominciò ad essere oppressa dalla
vecchiaia e dalle infermità ed a stento poteva accelerare il
passo, quando si doveva recare nel coro, giunta nelle sue vicinanze,
correva con tanta velocità che sembrava volare più che
camminare, e i gradini delle scale non li faceva ad uno ad uno, ma due
alla volta con un balzo, colle ali che l'amore divino forniva al suo
corpo. Diceva allora alle altre monache: Correte, correte, non vedete coloro che ci aspettano? Oh,
quanto sono belli! Presto, presto, cominciamo, non li costringiamo ad
aspettarci ancora. Tali parole ed esortazioni avevano lo scopo
di
far iniziare prima possibile la divina salmodia; si pensava,
perciò, che lei avesse al massimo grado la possibilità di
vedere gli angeli mentre rivolgeva a Dio la preghiera, in particolar
modo durante le sacre funzioni nel coro. A questo proposito, ad
un'altra
monaca di nome Maria Francesca, della nobile famiglia Racani, figlia
della sorella di Margherita, capitò talvolta di sentire mentre
Margherita salmodiava un dolcissimo suono come di cetra o di organo, il
quale accompagnava la sua voce in modo talmente soave da far credere
piuttosto ad un concerto di angeli, e ciò sicuramente quando
ancora Maria Francesca non aveva quasi idea della santità di
Margherita. In un'altra occasione la stessa monaca vide Margherita
sollevata da terra, genuflessa su delle nuvole, con le mani giunte in
preghiera, e le sembrò una seconda S. Chiara d'Assisi. Infine,
quando contrasse la malattia che l'avrebbe condotta alla morte,
Margherita ripeteva spesso: Se il
Signore me lo concedesse, dopo la morte uscirei molto volentieri dal
sepolcro per partecipare spesso alle divine lodi con le altre monache,
e si dice che dopo la sua dipartita la sua voce sia stata udita in modo
chiaro e distinto cantare nel coro con le altre.
Aveva devozione e amore grandissimi nei riguardi del sacrosanto
sacramento dell'Eucaristia, e di conseguenza mostrava particolare
venerazione e rispetto nei confronti dei sacerdoti, in quanto ministri
di un così grande sacramento. Un mattino, quando alcuni
sacerdoti
celebravano i sacri misteri nella sua chiesa, Margherita
cominciò
a sollecitare le monache: Venite,
venite, in chiesa c'è tutta la corte celeste, la chiesa è
ormai piena, venite, venite a vedere cose tanto belle. Credeva,
infatti, che anche le altre monache vedessero le stesse cose che lei
percepiva lei, mentre non vedevano in quel momento altro che uno o due
uomini, oltre ai sacerdoti, presenti nella chiesa. Margherita non
cessava di esortare le monache ad essere riconoscentissime ai sacerdoti
che celebravano i sacramenti nella loro chiesa, perché i
sacerdoti (diceva) sono degni di ogni ossequio e servizio come se
fossero altrettanti dei in terra: Io
ho detto siete dei e tutti figli dell'altissimo. (Ps. 81, 6).
Con quanta preparazione, con quanta umiltà, con quanto amore si
accostasse al divinissimo sacramento è persino difficile a
dirsi,
ma può facilmente intendersi dal ricchissimo frutto, dalle
speciali grazie e dai preziosissimi doni che ne traeva. Percepiva,
infatti, l'ingresso nuziale nella sua anima di Cristo Signore presente
nelle sacre specie, il quale, dopo essere entrato, chiudeva la porta
dietro a sé per dilettarsi in lei senza essere disturbato e
rendere ancora più dolce la sua permanenza. Margherita
continuava
a sentire per vari giorni i soavissimi effetti della divina presenza,
finché una mancanza, anche la più insignificante, glieli
faceva perdere. Inoltre, quando assumeva il corpo del nostro Salvatore,
specialmente nelle grandi festività, il suo volto s'infiammava,
bellissimo, e gli occhi scintillavano di grande luce come due stelle
del cielo, né vi era alcuno che poteva fissare il suo volto a
causa dell'intenso splendore che emanava. In certi periodi si accostava
alla mensa divina quotidianamente, in altri una volta alla settimana,
in altri ancora due o tre volte alla settimana, seguendo le indicazioni
del suo confessore. Un giorno, sofferente per una gravissima malattia,
dovendo essere confortata dal sacro viatico delle eucaristia e
dall'estrema unzione dell'olio sacro, la sua completa mancanza di forze
faceva molto temere alle suore che spirasse lì per lì a
causa dello spostamento del corpo, perché avrebbero dovuto
rialzarla un poco sul letto e sostenerla con le mani per farle ricevere
l'eucarestia; invece, appena apparve il santissimo corpo di Cristo
recato dal sacerdote, subito balzò giù dal letto
velocissimamente, anzi piuttosto ne volò via come un uccello
senza l'aiuto di nessuno, e si genuflesse sul pavimento della cella con
somma meraviglia e stupore di tutti; temevano infatti che potesse
esalare l'ultimo respiro in qualsiasi momento. Al contrario, si
ristabilì ed ogni volta che, malata, si rifocillava col pane
celeste, sempre si rialzava dal letto e si prosternava a terra,
mostrando devozione, umiltà e un ferventissimo amore verso un
sì grande sacramento.
Non minore devozione e zelo nutriva per la passione del Signore e per
il giorno del venerdì nel quale la si commemora; infatti, in tal
giorno contemplava con mirabile attenzione e sentimento di pietà
le ferite di Cristo Signore (talvolta la contemplazione di una sola
delle piaghe durava per cinque ore), e ottenne da Dio una grazia che
desiderava immensamente e che aveva chiesto costantemente: poter morire
un venerdì, giorno che coincise anche con la festa di S.
Caterina
da Siena, di cui era ugualmente devotissima, e di cui leggeva
assiduamente la vita che cercava di imitare con impegno. Era solita
dire
alla conversa, suor Lucia Di Pierantoni: Sorella mia, impara a servire Dio
perfettamente e ciò è tanto più facile, quanto
più pensi e mediti la passione di Cristo Signore; e questo
può essere ottenuto senza alcuna fatica, infatti i caratteri con
i quali è stata scritta la passione di Cristo Signore,
cioè i chiodi, la lancia e gli altri strumenti della sua
sofferenza sono grandi e cubitali, e perciò possono essere letti
e compresi senza molta fatica ed impegno; e se li guardi con gli occhi
del corpo solamente per poco, ciò basta perché siano
rimirati dagli occhi dello spirito che contempleranno quotidianamente
con devozione le ferite e i dolori di Cristo Signore. In tal modo, in
breve tempo otterrai non poca grazia di Dio ed avanzerai moltissimo
nell'esercizio della santità. Questo disse
Margherita
a Lucia. Riuscì a persuadere anche le altre monache a praticare
una contemplazione orante di cinque ore della passione del Signore in
tutti i venerdì della Quaresima e dell'Avvento, devota regola
che
il monastero continuò ad osservare anche dopo la sua morte. Per
tutta la durata di quelle cinque ore Margherita rimaneva immobile in
ginocchio, talvolta prostrata faccia a terra, tanto che sembrava
più una statua insensibile che un corpo vivente. Una volta ella
disse al suo confessore, padre Priolo, che durante la meditazione della
flagellazione di Cristo Signore non poteva affatto passare alla
meditazione del secondo colpo, ed a lui che gliene chiedeva il motivo
rispose che l'intensità del dolore la faceva venire meno: a tal
punto si immedesimava nella passione del Salvatore. Un venerdì
santo, desiderando ardentemente provare l'amarezza del fiele insieme al
Redentore crocifisso, ricevette sulla sua mano del fiele puro col quale
poter saziare quella sete di amarezza: Mi
inebriò con l'assenzio (Lament. 3: 15). Del resto, in
tutti gli altri venerdì dell'anno non assumeva nient'altro che
un
pezzetto di pane, e dell'assenzio come cibo, e come bevanda solo
dell'aceto, come abbiamo già detto; anzi, nel periodo in cui fu
a
capo del cenobio, sempre fece in modo che tutte le monache
assaggiassero nei venerdì almeno un po' d'assenzio, in memoria
della passione del Signore. Quando terminava la suddetta meditazione di
cinque ore nei venerdì di Avvento e di Quaresima, Margherita si
alzava dalla preghiera e andava a baciare l'immagine del Crocifisso
che,
come si suol fare il venerdì santo, era stata posta
decorosamente per terra su cuscini e tappeti. Proprio questo crocifisso
fu visto più volte da un'altra monaca, Maria Orsola Loaldi,
staccare le braccia dalla croce per abbracciare Margherita, alla quale
poi chiedeva di crocifiggerlo nuovamente con gli stessi chiodi,
così come stava prima. Inoltre, prima di recarsi a recitare di
notte l'ufficio mattutino nel coro, leggeva dal Vangelo la passione del
Signore. Quando invero saliva la scala santa per devozione alla
medesima
vivificante Passione, andava su quasi strisciando, a ginocchia nude e
faccia a terra. E così dimostrava di avere sempre presente
nell'animo e nell'operare quel detto di Agostino (Enchir. 22 e 14): Tutta la mia speranza è nella morte
del mio Signore: la sua morte è il mio merito e il mio rifugio,
mia salvezza, vita e resurrezione... Tutta la speranza e la certezza di
ogni fiducia io ripongo nel suo prezioso sangue, che è stato
sparso per noi e per la nostra salvezza
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Come
pregava
Essa non
rivolgeva preghiere a
Dio soltanto nelle ore canoniche,
ma la sua preghiera era assidua e costante; infatti, dopo aver
soddisfatto al dovere della divina salmodia nel coro, ritornando nella
cella, non ne usciva mai, pregando ininterrottamente. Dopo i vespri
rimaneva immobile a pregare in ginocchio fino al sopraggiungere della
notte; di conseguenza, la sua assiduità nella preghiera le aveva
appiattito le ginocchia a guisa di corona al cui centro si notava una
rotondità gonfia di colore giallo e rosso. Talvolta, pregava
stendendo le braccia a guisa di croce e con la faccia rivolta verso il
basso, ma tuttavia in modo che non toccasse per niente terra con la
faccia ma solo con le ginocchia, benché si tenesse con la
faccia,
le mani e le braccia a sole quattro dita da terra, ed in questa
posizione talmente scomoda e talmente dolorosa perseverava virilmente,
pregando per più ore e talvolta per mezza giornata. Ciò
che appare oltrepassare le possibilità umane e le procurava
grandissima ammirazione in tutti è il fatto che diventava
talmente insensibile, come se fosse stata piantata per terra, da non
riuscire ad udire la voce di nessuno e da non accorgersi se qualcuno la
scuoteva tirandole la veste. Quando, invece, qualche altra monaca si
provava a pregare nello stesso modo e con la stessa posizione del corpo
non poteva continuarvi se non per breve tempo e tra grandi sofferenze.
Si affrettava a recarsi nel coro, anticipando quasi di un'ora intera
l'ufficio vespertino, e lì rimaneva in preghiera fino al tempo
stabilito del canto comune. Un giorno, il padre confessore le chiese
quanto tempo concedeva al sonno e lei rispose: per lo meno due ore; il resto del
tempo lo dedicava interamente alla preghiera, né si perdeva mai
in chiacchiere con le altre, né trascorreva neppure un momento
senza far niente, anche solo per rilassarsi. La voce dello Sposo
divino,
invece, che risuonava incessantemente nel suo cuore, allontanandola da
tutte le creature, la trascinava dietro a sé sulla scia dei suoi
profumi.
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Perciò le sue preghiere dispiacevano moltissimo ai
demoni che usavano tutte le armi per impedirle o per lo meno, creare
distrazione; infatti un giorno, mentre recitava devotamente proprio il
Rosario della beatissima Vergine, un diavolo invidioso e irato produsse
alle sue spalle grida e fracasso grandi per costringere Margherita a
por fine alla preghiera o almeno ad interromperla; ma lei, perseverando
immobile ed impavida, continuò la preghiera vanificando il piano
del demonio. Al contrario, a Dio le preghiere di Margherita erano
gradite e accette, come è dimostrato da molti episodi: per
esempio, Egli rivelò ad una sua serva, la monaca Margherita
Coccola del monastero di Santa Monica delle stessa città di
Amelia, che avrebbe tolto ogni ostacolo e impedimento al conseguimento
della sua perfetta unione con Dio e con la grazia, scavalcando il muro
delle sue mancanze e negligenze, per merito delle preghiere di
Margherita Corradi. Alle sue preghiere bisogna anche attribuire
l'episodio di un sacerdote che passò dalla sua precedente
condotta sfrenata di vita ad un'altra più corretta, divenendo da
allora un modello di buone opere per gli altri, ed anche l'episodio
della guarigione prodigiosa da una malattia mortale di suor M.
Francesca Racani, parente di Margherita.
Questa assiduità nella preghiera generava naturalmente
solitudine e distacco da tutte le creature. Mai si recava nel
parlatorio
se non per un'urgente necessità dei poveri o dei malati, che
guariva miracolosamente ungendoli con olio ed acqua benedetti, da lei
chiamati di San Domenico. Continuò a recarsi in parlatorio per
tal motivo anche in età avanzatissima, mai da sola ma sempre in
compagnia di un'altra monaca, ed ivi trascorreva un'oretta a compiere
quell'ufficio di carità, finito il quale si ritirava
immediatamente. Mai gironzolava oziosamente per il monastero, mai era
vista in qualche locale comune che non fosse il coro, l'oratorio, il
refettorio e il sanatorio; in ogni altra circostanza stava sempre da
sola e lontana dal contatto e dalle conversazioni di tutti, sia in
cella
sia nel locale dell'organo sia nella grotta dell'orto, dove si
flagellava senza pietà, a porta chiusa. C'era nella stesso
monastero anche una sorella di Margherita, che al secolo si chiamava
Misia Corradi e da monaca Francesca; Margherita però era
distante
e separata anche da sua sorella, perché sin dall'infanzia si era
consacrata interamente a Dio e soltanto con Lui era solita parlare
lungamente nell'orazione; nel resto non aveva alcun interesse,
così che poteva dirsi di lei quello che una volta aveva scritto
san Gregorio Magno a proposito del Santissimo Padre Benedetto: Solo con se stesso abitò sotto lo
sguardo costante dell'Altissimo.
Amò straodinariamente la povertà; infatti, non solo
non ammise mai il superfluo, ciò che invero non è
consentito ad alcun monaco dal voto religioso, ma non lasciò
neppure presso di sé alcuna cosa da usare per le sue
necessità, cosicché andava elemosinando alle altre
monache, ora ad una ora all'altra, ciò di cui gli capitava di
avere grandemente bisogno, come un fazzoletto, un velo per il capo, e
le
altre vesti necessarie a coprire il corpo. Nella sua cella, oltre ad
una o due sedioline, un piccolo tavolino ed alcuni libri di argomento
spirituale, non si vedeva altro. La badessa aveva incaricato una monaca
di nome Susanna di provvedere e procurare a Margherita i veli, i
fazzoletti, le vesti e tutte le altre cose indispensabili in qualsiasi
giorno della settimana; Margherita, però, mal sopportava la
diligenza e l'attenzione di Susanna verso di lei, ritenendole un
eccessivo cedimento alle comodità. Inoltre, qualsiasi cosa
guadagnasse col lavoro delle sue mani, lo impegnava subito per l'utile
del cenobio o per l'abbellimento della chiesa, non trattenendo nulla
per
sé.
Del resto, nulla desiderava più ardentemente che vivere e morire
seguendo lo stile di vita comunitario nel quale, proprio come prescrive
la Regola e come era avvenuto nella Chiesa primitiva ed agli inizi di
ogni Ordine religioso, non deve esistere il tuo ed il mio ma ogni cosa
è in comune ed a ciascuno viene distribuito secondo i bisogni:
l'esperienza di tutti i secoli dimostra che questo modello di vita
è gradito a Dio e pacificante per gli uomini. Questo concetto
lei
instillava frequentemente nelle ragazze secolari, affinché
scegliessero per consacrare la loro vita a Dio un monastero dove fosse
osservata la vita comunitaria; e così, dando retta ai suoi
avvertimenti, Maria Venturelli, nobile di Amelia, uscì dal
monastero di S. Caterina dove era stata educata e volle diventare
monaca
in quello di S. Giovanni Evangelista, nel quale la vita comunitaria,
allora come adesso, era in vigore.
Margherita, benché non conservasse neppure un ago come possesso
personale e tutto il necessario, come abbiamo detto, elemosinasse alle
altre di volta in volta, quando le altre le dicevano che lei viveva
nella vera povertà e nell'autentica vita comune, non diceva
motto ma, turandosi il naso con le dita, faceva cenno che non di meno
avvertiva in quel luogo con sicurezza una certa puzza di
proprietà privata.
Anche l'ardente desiderio di salvaguardare l'onore divino e la
perfezione monastica si manifestò con molti e notevoli esempi di
simile fervore. Durante uno dei mandati abbaziali di Margherita, alcune
monache avevano litigato tra loro durante una supplica solenne con
grave
turbamento e scandalo delle altre. Lei allora le rimproverò
aspramente nell'aula delle riunioni dove le monache, secondo il
costume di tutti i cenobiti, sogliono confessare le proprie colpe
davanti a tutti, poi le costrinse a togliersi i calzari dai piedi e di
deporre il velo dal capo; fatto questo, una di loro, seguita dalle
altre due, dovette tenere alta con le mani l'immagine del Crocifisso,
mentre tutte insieme dovevano ripetere l'intera supplica con la
recitazione del miserere, in modo che fosse restituito all'immagine del
Salvatore crocifisso il rispetto di cui avevano avuto così poca
considerazione e fosse tolto lo scandalo dai cuori delle monache. Ed
esse ottennero il perdono, eseguendo ciò che era stato loro
richiesto senza alcuna esitazione. Un'altra volta, ancora durante uno
dei suoi governi, poiché alcune monache erano ostili
reciprocamente, seminavano la discordia e recavano molestia alle altre,
Margherita comandò che fosse subito approntato e ripulito il
carcere, affinché capissero che ve le avrebbe rinchiuse se non
si fossero fermate. Esse, spaventate, non litigarono mai più tra
loro. Si infiammò di zelo per
la casa d'Israele.
Sapeva obbedire prontamente e velocemente non meno di quanto era capace
di comandare saviamente. Farò dunque conoscere questo solo
mirabile esempio di obbedienza: vigeva in quel cenobio un antico
costume
vincolante per tutte di digiunare con soli pane ed acqua nella vigilia
di S. Firmina, patrona e protettrice d'Amelia, che cadeva lo stesso
giorno di S. Caterina vergine e martire, protettrice del cenobio
stesso.
Margherita, nonostante si avvicinasse l'ora di mangiare il pane, si era
del tutto dimenticata del cibo corporale, tanto era dedita alla divina
contemplazione. Quand'ecco, una monaca (probabilmente la badessa) che
aveva sbucciato una pera cotta affinché Margherita la recasse da
mangiare ad una malata, le chiese perché non aveva mangiato la
razione autorizzata di pane; lei allora, celando umilmente la sua
virtù, rispose con semplicità: Mi sembra di non poter deglutire affatto
il pane. A questa risposta, l'altra monaca, pensando che
ciò dipendesse da nausea e da indisposizione di stomaco,
tagliò in due quella pera e ne offerse metà a Margherita,
dicendo: Prendila e mangiala col pane;
lei allora, senza esitazione, e non considerando assolutamente il
digiuno da lei stabilito, subito prese a mangiare quella pera, ma al
primo morso, provò un sapore di tale insolita dolcezza che non
poteva paragonarsi a quello di nessun altro cibo creato. Mentre lei si
chiedeva stupefatta cosa potesse essere e da dove provenissero quella
dolcezza e quel piacere, sentì nel profondo del cuore una voce
che le diceva: Questi sono i frutti
dolcissimi dell'obbedienza.
A queste virtù, che sembrano appartenere maggiormente alla
prudenza del serpente, univa anche la semplicità della colomba,
che di tutte è il decoro e l'ornamento. Era talmente radicata
nel
suo cuore che la portava a mettere tutti gli altri sul suo stesso
piano, anzi li stimava molto migliori di sé ed era assolutamente
persuasa che anche le altre monache avessero le sue stesse visioni, in
particolare quando vedeva in chiesa o nell'oratorio gli angeli o i
santi. Infatti, quando raccontava agli altri delle visioni, delle
grazie
e degli insigni doni a lei concessi dal Padre della luce, non si
rendeva affatto conto che non erano delle cose note e sperimentate da
loro. Quando ne parlava, tuttavia, improvvisamente si interrompeva,
volgendosi ad altro discorso, evitando prudentemente che fossero
conosciute dagli altri le rivelazioni a lei dirette. Si è
pensato, dunque, che Dio stesso l'avesse spinta ed esortata più
volte a parlare di queste cose per rendere noto di quanti doni era
stata
colmata e per proporre all'imitazione degli altri i suoi esempi di
penitenza e di opere buone. Certamente, questa sua costante
semplicità d'anima e di cuore le fece meritare il colloquio con
Dio: infatti la sua conversazione
è con i semplici.
Dio le concesse moltissimi colloqui con estasi e rapimenti fuori dal
corpo, confermando in tal modo la totale inadeguatezza dei sensi
corporei alle cose divine. Le estasi e i rapimenti erano molto
frequenti
ed accadevano anche più di una volta al giorno. Maria Giacinta
Venturelli, monaca nello stesso cenobio, vide a volte Margherita in
preghiera molto a lungo con le braccia aperte in una cappella situata
in
un piccolo orto, mentre non toccava il suolo con nessuna parte del
corpo, e dopo averla guardata per molto tempo meravigliata rimanere
così, temendo che Margherita tornasse in sé e,
riconoscendola, ne avesse a dolersi, se ne andava in silenzio,
lasciandola come l'aveva trovata. Anche la suora Maria Orsola Lualdi
vide nottetempo Margherita immersa in preghiera nell'oratorio davanti
all'immagine del Santissimo Crocifisso sempre a braccia distese, a non
poca altezza da terra. Spaventata a quella vista, si ritrasse in
silenzio, affrettandosi verso l'uscita, ma poi la vide uscire non
dall'oratorio dove l'aveva lasciata in estasi, ma dal locale
dell'organo, che da quello è molto distante; ciò
produsse grande ammirazione e stupore in Orsola che da allora
venerò con fervore sempre maggiore la santità di
Margherita. Talvolta, quando era impegnata in qualche lavoro manuale,
era vista improvvisamente immobilizzarsi completamente con gli occhi
fissi al cielo e non continuava il suo lavoro né rispondeva se
qualcuno le rivolgeva parola per tutto il tempo che perdurava in quello
stato. Quando poi, dopo lungo tempo, ritornava in sé, diceva
alle
consorelle: Ora vediamo chi di noi,
intanto, ha fatto più lavoro. Era evidente che lei si era
molto meno applicata delle altre lavoranti e nondimeno il suo lavoro
appariva di gran lunga più progredito di quello delle altre,
sebbene esse vi si fossero dedicate costantemente e senza interruzione.
Dio, infatti, guidava certamente la mano di Margherita e benediceva
l'opera delle sue mani, affinché andasse avanti e superasse di
molto i lavori delle altre.
Una mattina in cui aveva ricevuto il Santissimo Corpo di Cristo, si era
ritirata nella cella per rendere grazie; poco dopo, la sullodata Orsola
Loaldi, che la chiamava per andare nel coro per l'ufficio di nona, la
vide col volto talmente bello e rubicondo che non si sarebbe per niente
riconosciuta per quella di prima. E così Orsola, ritenendo che
Margherita fosse in estasi e non padrona di se stessa,
l'accompagnò fino al coro, sorreggendola con le mani: non poteva
camminare agevolmente e velocemente, perché minacciava di cadere
ad ogni gradino che portava al coro, come se non li avesse mai saliti,
e
quel rossore di fiamma del volto le rimase per tutta l'ora nona.
Talvolta, sempre camminando con l'aiuto della stessa Loaldi,
improvvisamente si staccava da lei e si precipitava lontano con grande
impeto e a tale velocità che, invece di camminare, si sarebbe
detta fornita di ali; poi si fermava di botto, si inginocchiava e si
prostrava con la faccia e le mani a terra; si credeva allora che lei
vedesse e adorasse Dio, e da Lui ricevesse in cuore una grandissima
gioia che comunicava agli osservatori.
Talvolta, trovandosi in mezzo alle monache, in un baleno spariva ai
loro occhi e poi, dopo essere scomparsa, ricompariva inaspettatamente
senza che si potesse scoprire da dove venisse. In un'altra circostanza,
mentre era oggetto di avversioni e di persecuzioni, fu vista dalla
stessa Orsola e da sua sorella, Agata Loaldi, essere trasportata in
alto
per aria e ricondotta a grandissima velocità nella sua cella.
Un sabato santo, lei invitò la stessa Orsola a cominciare la
vigilia molto prima dell'alba e così meritare di vedere insieme
il Re della gloria risorto dai morti; e quando l'ebbero finita,
Margherita disse: Andiamo, andiamo a
vedere il trionfo del Redentore.
Portatesi dunque in chiesa a pregare, Orsola vide Margherita con le
braccia spalancate, levarsi a più di un palmo da terra, e poco
dopo la udì dire a se stessa: Presto!
Andiamo, andiamo a suonare l'organo, Cristo è ormai risorto.
Lei allora muoveva i mantici, mentre Orsola stava alla tastiera. Le
altre monache, al suono dell'organo in un'ora così inusitata,
mentre ancora era buio fitto, si meravigliarono moltissimo. Un'altra
volta ancora, sempre nelle prime ore del mattino di Pasqua,
avvertì lei sola un forte terremoto mentre stava pregando nel
locale dell'organo; subito ne uscì, chiamando una monaca per
suonare l'organo, e lei come la volta precedente, muoveva su e
giù i mantici, mentre il suo volto era soffuso di grande
pallore,
come se fosse in estasi. Però, poco dopo, il suo volto si fece
gioioso, e perciò si credette che avesse visto nuovamente in
quel preciso momento il Cristo risorto.

Un anno, il due novembre, giorno in cui si celebra il ricordo di tutti
i defunti, desiderava ricevere la santissima eucarestia che aveva preso
anche il giorno precedente, festa di tutti i santi, ma ne era
trattenuta dal timore e dal rispetto; diceva, infatti, tra sé: E' sconveniente che Dio riceva
ospitalità troppo spesso nel cuore, ma subito udì
questa voce: Sono Dio e vengo ugualmente e immediatamente
fu
sollevata per aria, investita da incontenibile gioia spirituale,
ricolma
delle delizie del divino amore. D'altronde, sempre pù¹
spesso le monache la videro levitare da terra per lungo tempo,
specialmente nei giorni delle feste più importanti. Nella
festività della Ss. Trinità del 1661, che in quell'anno
cadeva il 12 giugno, ricevette il Corpo di Cristo con ineffabile
giubilo
della sua anima, e mentre stava pregando insieme alle altre, fu
sollevata per aria tre volte e poi, rimasta per tutto il giorno nella
cella come priva di sensi e fuori di sé, vide e udì cose
talmente grandi che non possono essere comprese dalla mente degli
uomini, né espresse dalla loro lingua: apprese così che
il
più eccellente modo di lodare Dio era invocarlo per mezzo del
suo
meraviglioso trono, e poté vedere l'inconoscibile maestà
divina seduta su di un soglio eccelso ed elevato, disponibilissima a
distribuire in quel giorno grazie e doni agli uomini alla sola
condizione che li chiedessero con cuore umile e pentito. Allora
Margherita, approfittando di un'occasione talmente propizia,
raccomandò a Dio una persona a lui nota e cara, affinché
lo accettasse nel numero dei suoi servi, e subito ricevette questa
risposta: Conviene che anch'egli si
sforzi per quanto gli è possibile, per meritare una grazia
così grande.
Nello stesso anno 1661, domenica 18 dicembre, avendo gustato il
divinissimo alimento dell'eucarestia, fu ripiena di tale gaudio interno
e di tale esultanza spirituale da non poterla in nessun modo contenere
dentro di sé e per tutto il giorno si sentì levitare da
terra e rapire fuori dai sensi e fuori di sé. Ciò gli
capitava sempre più spesso, specialmente in quei giorni in cui
era ammessa alla sacra mensa; allora, tutta immersa in Dio e come in
Lui
trasfusa, godeva d'ineffabile esultanza spirituale e veniva messa a
parte di molti e grandi misteri celesti, che non poteva in alcun modo
comunicare agli uomini: infatti, non è concesso parlarne.
Dio le rivelò non solamente in queste fuoriuscite dal corpo, ma
anche in altre occasioni, molti segreti attinenti sia i misteri della
fede sia le vicende umane. La serva di Dio sapeva benissimo che si deve
celare il mistero del Re e perciò con la più grande cura
taceva dei segreti celesti che le venivano comunicati; questa è
la ragione per cui noi ignoriamo cosa Dio le abbia trasmesso in tante
rivelazioni; nondimeno, talvolta vi fosse stata indotta dalla sua
semplicità o fosse stata ingannata dal timore di sbagliare o dal
dubbio od anche nell'intenzione di aiutare il prossimo, comunicò
agli altri qualche piccola confidenza sulle molte rivelazioni che aveva
ricevuto dal Padre dei lumi. Al suo confessore padre Priolo disse una
volta che i Magi, giunti nella stalla di Betlemme per adorare il
Bambino
Gesù, non avevano aperto bocca davanti alla Vergine Madre di
Dio,
che aveva suscitato in loro una grandissima ammirazione e, non avendo
trovato una formula di saluto adeguata ai suoi meriti, avevano
testimoniato con il silenzio e con lo stupore la somma venerazione che
provavano nei suoi riguardi. Ella diceva che gli evangelisti avevano
trattato molto sobriamente la passione del Salvatore ed avevano
discorso
di Lui in modo abbastanza stringato; in seguito compose un sermone
teologico bellissimo e sublime sulla divinità, l'essenza e la
Trinità delle Persone divine, sulla generazione del Verbo e
sulla spirazione dello Spirito Santo (al punto che lo stesso confessore
non era in grado di riconoscere se vi fosse qualche errore nelle cose
che lei diceva), usando vocaboli tecnici ed adeguati, tipici della
teologia scolastica, come se fosse stata per anni docente di sacra
teologia, ed era anche solita esclamare a più riprese: O buon Gesù, sostanza del Padre, o
buon Gesù, sostanza del Padre.
Il giorno 8 settembre, in cui si celebra la natività della
Beatissima Maria Vergine, mentre Margherita meditava sulla
incomprensibile grandezza e sulle inestimabili prerogative della Madre
di Dio, si sentì dire: In
questo stesso giorno i fedeli potranno ottenere tutte le grazie e i
doni
che avranno chiesto devotamente; non c'è, infatti, altro giorno
in cui in Cielo si concedono maggiori grazie; ed ella con sua
grande gioia poté anche comprendere, sempre per quanto è
possibile, il numero dei privilegi e l'entità del rango della
stessa Beatissima Vergine. Ancora, un 25 novembre le apparve S.
Caterina vergine e martire, accompagnata da un candido e numeroso
stuolo
di sante vergini e Margherita chiese alle altre monache se anch'esse
vedessero la santa patrona. Mentre si trovava in cella a pregare, le fu
mostrata in maniera evidentissima la bellezza, lo splendore e la
dignità dell'anima, ed al contrario, l'impurità, la
deformità e la repellenza del corpo, verso il quale da allora
concepì un odio che non venne mai meno, ma che anzi
conservò fino alla morte, tormentandolo con quelle asprissime
penitenze che abbiamo già descritto.
Quando era all'età di circa cinquant'anni, mentre stava come
d'abitudine nel locale dell'organo a pregare, le apparve un giovane
bellissimo e splendente di luce che la condusse nell'abside della
chiesa
dove le monache ricevono la comunione, e che le disse: Rimani qui e vedrai cose stupende e meravigliose.
La porta della chiesa, allora, si aprì senza la spinta di alcuno
e vide tanti bellissimi giovani, composti in una schiera a due a due a
guisa di processione, partire dalla cattedrale di S. Firmina e,
passando
di fronte alla porta aperta della chiesa dove stava Margherita,
dirigersi verso l'altra chiesa delle monache, quella di S. Giovanni,
non molto distante da lì. Due di quei giovani, che recavano
nelle mani una cassetta non proprio piccola, giunti che furono davanti
alla porta di Margherita si fermarono e aprendo la cassetta,
n'estrassero un panno purpureo ripiegato, e con l'aiuto degli altri due
giovani che stavano dietro loro, lo aprirono e lo distesero. Si vide,
allora, che una metà era intessuta con stupenda arte orientale
(anzi angelica) d'oro e di gemme, l'altra era grezza, senza alcun
notevole ornamento; poi, dopo che il panno fu ripiegato come prima e
ricollocato nella cassetta, la processione sparì e la porta
della
chiesa si richiuse. Margherita, allora, riprendendo a pregare nel
locale dell'organo, chiese ardentemente di poter comprendere il
significato di quella mirabile visione. Comprese, quindi, che il panno
era il simbolo della sua stessa vita giunta all'età di mezzo, e
che la prima parte decorata a ricamo simboleggiava la vita già
trascorsa, e l'oro e le gemme che vi erano applicate rappresentavano le
opere di pietà e gli atti virtuosi. Era necessario,
però, completare quella tessitura, cioè portare a termine
la propria esistenza sempre con le stesse buone opere. Dio la
illuminava
con queste ed altre visioni e rivelazioni per aiutarla a proseguire in
quello stile di vita che si era scelto, così aspro e duro.
Un'altra volta vide una mano destra bellissima e graziosissima
strappargli il cuore dal petto, senza il quale visse per qualche tempo,
come si dirà più avanti. Moltissime volte, quando si
celebrava in chiesa il sacrosanto sacrificio della messa o i divini
uffici nel coro, scorgeva nella chiesa schiere d'angeli e di santi, e
diceva alle altre monache, pensando che anche le altre come lei le
vedessero: Distinguete ora questa
moltitudine e questa folla? Vedete come sono nobili e belli?
Mentre pregava nel locale dell'organo il 20 luglio, giorno di S.
Margherita vergine e martire, festa che lei celebrava con particolare
devozione, e faceva offrire molte messe in suo onore, vide una persona
bellissima, piena d'ineffabile maesà , che emanava un
abbagliante splendore, la quale la condusse in un ridente giardino; in
seguito nulla riuscì a dire mai della maestà, della
bellezza e dello splendore di quella persona, ma espresse solamente
più volte atteggiamenti di muto stupore e meraviglia:
uscì
da quel colloquio e da quella visione talmente luminosa e splendente
che le altre monache non poterono fissare lo sguardo sul suo viso,
mentre usciva dal locale dell'organo.

In un'altra occasione, mentre pregava Dio per un sacerdote di cui si
prendeva cura con spirituale carità, che lo rendesse un suo vero
e gradito servitore e lo liberasse da ogni male e pericolo, ricevette
da
Dio tale risposta: Può essere
mio servo verace solo colui che volontariamente soffre persecuzioni a
causa mia, tollerando con animo paziente le avversità e
compiendo opere buone. Parlando con un padre spirituale
d'eccellente dottrina, diceva fra sé: Questo padre è dottissimo, e
subito sentì in cuore questa risposta: Senz'altro, ma deve ancora conoscere la
prima lettera dell'alfabeto; interpretando lei stessa
ottimamente
questa frase, spiegò allo stesso padre che la prima lettera
dell'alfabeto era l'Amore di Dio. Poiché le monache avevano
fatto su suo ordine la comunione generale al Corpo del Signore in
favore dell'anima di una Clementini, nobile amerina, la quale aveva
fornito il convento di rendite annue e si era raccomandata alle
preghiere di Margherita, un giorno la stessa signora le apparve,
rivestita di un mantello nero, col capo coperto da un velo azzurro, e
le
disse: Ora salgo al Cielo e ti
ringrazio moltissimo per le preghiere e le sacre comunioni che, per
opera tua, sono state offerte in mio favore. Vide anche l'anima
di suor Giovanna di Chiaravalle su di un carro di fuoco, tre
giorni dopo la sua morte, ma comprese che ella aveva ottenuto l'eterna
salvezza per lo zelo e la diligenza con cui in vita aveva assolto il
dovere della lode corale, esempio da notare ed imitare per tutto il
clero regolare e secolare.
Quando morì una monaca in ancor giovane età di nome Maria
Agnese, dell'illustre famiglia Cansacchi, che usava portare sotto lo
scapolare, come altre monache del resto nello stesso convento, non solo
la tunica monastica che copre tutto il corpo, ma un più stretto
corpetto femminile a guisa delle donne del mondo, seppure di colore
nero, Margherita vide il corpo di lei esposto sopra il feretro per i
funerali che veniva più volte sollevato da terra dai diavoli,
che
poi lo rimettevano a posto. Questa visione essa la rivelò ad
altre due monache: Maria Florida Carleni, nobile d'Amelia e suor
Cecilia, e fu il motivo che la spinse a persuadere con energia e
dolcezza le altre monache a non indossare più per l'avvenire
simili corpetti ma la tunica prescritta da sola, come fino ad oggi in
quel cenobio (e volesse il Cielo che fosse così dappertutto)
viene osservato con scrupolo. Si crede che in quella circostanza Dio,
che si era mostrato indignato contro quelle monache che facevano uso di
abiti vanitosi e mondani, fosse placato alla fine dalle preghiere di
Margherita. Questo è un serio avvertimento non solo per le
monache ma anche per tutti i religiosi su quanto sia per loro
sconveniente e quanto dispiaccia a Dio qualsiasi vanità nel
vestire e l'imitazione e il conformarsi all'abito di coloro che
vivono nel mondo. Anche tutte le altre vanità che richiamano
mode
e usi del mondo e delle persone mondane rendono i religiosi al tempo
stesso per metà laici e per metà chierici, anzi per
meglio dire, né chierici né laici ma li deformano in una
specie di chimere e d'ircocervi, come una volta S. Bernardo per
umiltà disse di se stesso: Io
sono una chimera del mio secolo, non vivo né da monaco né
da laico, ma che molti uomini di vita consacrata ritornati alle
vanità ed alle opere egiziane dovrebbero molto più
giustamente attribuire a loro stessi.
Mentre rivestiva la carica di badessa, ordinò ad una monaca, non
so per quale leggerezza, di mangiare soltanto pane ed acqua seduta per
terra. Quella dapprima si rifiutò e non volle obbedire. Ma poi,
al sopraggiungere della notte, seguendo miglior consiglio, di sua
spontanea volontà si sottomise alla penitenza assegnatale;
allora
Margherita disse di aver visto sulle spalle della stessa monaca un
diavolo che la istigava a non compiere la penitenza richiesta, il quale
poi, una volta che era stato vinto dall'obbedienza, se n'era
andato via confuso. Una volta vide davanti alle porte del monastero un
uomo piuttosto deforme e miserabile che mangiava a guisa delle bestie,
leccando ogni genere d'immondizia. Dopo aver pregato per comprendere il
significato di tale scena, le fu rivelato che quell'uomo
così infelice era il simbolo del peccatore dedito ai vizi e da
essi abbrutito e degradato. Quando le monache se n'andavano da questa
vita, lei moltissime volte vide le loro anime volare in Cielo. Una fu
quella della suora conversa Caterina Gertrude che nel 1665 vide
ascendere ai Cieli circonfusa di splendore, mentre si svolgevano i
funerali. Vide anche l'anima di una fanciulla secolare della nobile
famiglia Geraldini, morta nella casa dei genitori, la cui zia era
monaca
nel convento di S. Caterina col nome di suor Susanna. Essa era
rivestita di una veste bianca, ma senza oro od altro ornamento; avendo
Margherita domandato a Dio il significato di questo particolare, le fu
risposto: Ha il candore
dell'innocenza ma non l'oro delle opere.
In un'altra occasione, mentre era impegnata a pregare nel locale
dell'organo, com'era suo costume, e stava per buttarsi a terra per dare
un po' di riposo alle stanche membra, le apparvero due bellissimi
giovani con in mano delle torce accese, e la condussero davanti alla
porta del parlatorio, gliel'aprirono e lei poté vedere una
lunghissima processione di tantissime persone: sacerdoti, monache,
laici
che, come le fu detto, erano le anime strappate proprio allora alle
fiamme punitrici e dirette in Cielo, e che esse erano proprio quelle
per
le quali lei aveva poco prima pregato. Infatti, lei aveva un
grandissimo desiderio di giovare alle anime trattenute in Purgatorio,
per loro offrendo a Dio non solo preghiere ma anche le sofferenze del
proprio corpo. Margherita, lietissima per una così bella
visione,
scacciato il sonno, riprese con maggior fervore a pregare e
continuò fino a che si fece giorno.
Una volta, mentre tutte le monache erano nel coro, suor Cherubina,
parente di Margherita e confidente di molti suoi discorsi e pensieri,
esclamò improvvisamente: Gioite
o madri, perché oggi Salomone è stato ammesso in Cielo,
frase che ripeté spesso. Dal momento che Cherubina si trovava
accanto a Margherita, le monache intuirono che una così
importante rivelazione le era stata trasmessa proprio da lei. A questo
proposito, nel Supplemento alla Biblioteca Manuale del P. Tobia Lohner
gesuita, tit. 121, p. 415, n. 25, ed. Hertz, Venezia 1722, alla voce
Purgatorio si trovano queste parole: A
Roma un predicatore insigne ha affermato nel corso di una predica che
ad una santa persona qualche tempo prima era stato rivelato che
Salomone
aveva subito le dure pene del purgatorio fino ai tempi nostri, quando
gli è stato concesso di salire al Cielo. Salomone sarebbe dunque
stato in purgatorio duemilaseicento anni, dal momento che secondo
Saliano egli morì nell'anno della fondazione del mondo 3059,
cioè nel 994 a. C. (Citazione da P. Cornelio de Lapidi,
nel I lib. Reg: Cap. 11).
A queste visioni e rivelazioni il Signore amorosissimo aggiunse grazie
e favori non meno importanti e stupendi. Tra i principali era quello di
avere sempre visibile il suo bellissimo angelo custode il quale, quanto
più Margherita si dedicava agli esercizi spirituali ed alle
opere
buone, tanto più dava segno di gioirne e di esultarne;
privilegio
che ebbe in comune con S. Cecilia, S. Francesca Romana ed altri santi
che come lei furono da Dio ritenuti degni di un tale dono.
Ottenne anche da Dio la particolare grazia di poter avere notizia di
qualunque cosa volesse, sia in ambito umano sia in quello divino, come
dimostra chiaramente quest'episodio: nell'anno del giubileo 1650, un
uomo che desiderava ardentemente avere la certezza che Dio gli aveva
perdonato i suoi peccati e si era raccomandato alle preghiere di
Margherita per saperlo, ottenne questa risposta: Ho perdonato Pietro, dalla quale si
poteva dedurre che Dio aveva risparmiato anche quell'uomo.
Ogni volta che partecipava alla santissima mensa eucaristica è
impossibile dire quante carezze, quanti abbracci, quanti baci
nell'anima, quanta esultanza nella mente, quanta gioia nel cuore e, per
finire, quanti carismi ricevesse dal celeste Sposo: lei stessa non ne
era in grado. Altre volte, il corpo eucaristico di Cristo Signore
infondeva al suo gusto corporeo e a tutti gli altri sensi una tale
ineffabile dolcezza, superiore a quella del miele, da non trovare
paragoni con qualsiasi altra sostanza creata e da non potersi esprimere
a parole.
Una notte le apparve Cristo Gesù come viene rappresentato quando
risorge dai morti, e lei, avendo fissato per tre volte gli occhi di
Lui,
pieni di benevolenza ed irradianti dappertutto il fuoco del divino
amore, subito ferita da quella sua intima carità, fu presa
allora
da un violentissimo incendio d'amore soprannaturale che infiammava
anche il corpo a tal punto che, non potendo più sopportarlo, fu
costretta nel pieno del più rigido inverno a mettere la testa
fuori della finestra in cerca di refrigerio e, non bastando ciò
a mitigare il calore generato, uscì dalla cella e si
buttò all'aperto sulla neve che cadeva, rimanendovi per molto
tempo. Ma quale neve, quale ghiaccio potrebbe moderare la fiamma
mandata dal Cielo? Non sorprende affatto che, per aver tanto fatto e
sofferto quotidianamente per l'Amato dell'anima sua, fosse stata da Lui
introdotta nella cantina del suo amore e che un'ardentissima
carità avesse preso dimora nel suo cuore. Quest'amore, infatti,
che secondo la testimonianza di S. Agostino, arrossisce della parola "difficoltà",
accresceva anche le sue forze fisiche e la sua energia: perciò
era lontanissima dal sentirsi debilitata, nonostante le così
aspre penitenze, i così stretti digiuni, le flagellazioni
così cruente protratte fino alla vecchiaia, anzi continuava a
godere della stessa robustezza della sua gioventù. Tutto poteva
in Colui che la confortava con il fuoco soavissimo del suo amore ad
affrontare vigorosamente ogni dura prova.
Ogni volta che proferiva con la sua bocca il nome dolcissimo di
Gesù, sentiva dentro di sé lo stesso nome ripetuto subito
e distintamente come se il cuore fosse stato una caverna con l'eco:
quel
vocabolo ineffabile, infatti, attraeva a sé tutti gli affetti
del suo cuore e tutte le attività della sua coscienza a guisa di
centro magnetico. Allora l'amorosissimo Gesù abbracciava con
immensa tenerezza la sua anima e le trasmetteva gioia ed ineffabile
esultanza, lasciandola in quella celeste tranquillità, in quella
purezza e castità che grandemente si addicono allo Sposo delle
Vergini. Se capitava che lei pronunciasse il santissimo nome di
Gesù più debolmente e senza l'usuale attenzione ed
energia, gli effetti sopra descritti non si verificavano quasi per
niente, a meno che non vi ponesse rimedio ripetendo due o tre volte lo
stesso nome con maggiore concentrazione ed energia.
Nel 1664, dopo aver ricevuto il santissimo corpo di Cristo, stava
applicando il suo spirito alla contemplazione di Dio per unirsi a Lui
con maggiore fervore del solito, quando udì una voce che le
diceva: Non è necessario che
tu fatichi tanto per trovarmi; sono infatti vicino a te, sono con te,
risiedo nel tuo cuore dove trovo riposo. Il 10 agosto del 1660,
festa di S. Lorenzo martire, dopo aver assunto il sacramento pegno
della
salvezza eterna, infiammata di divino amore, disse a Dio in cuor suo: O Signore, quanto mi ami? e subito
udì una voce che le rispondeva: Ti amo e ti amerò sempre.
Un'altra volta, mentre un sacerdote stava ripetendo durante la messa le
parole Signore non sono degno,
Margherita diceva dentro di sé con gran trasporto di cuore: Anch'io sono del tutto indegna; al
termine di queste parole la sacrosanta ostia dell'eucarestia le fu
portata da una mano invisibile e lei, ricevendola con la massima
devozione, fu riempita d'inimmaginabile gioia e di consolazione.
Durante una messa che Giulio Geraldino, arcidiacono della cattedrale e
confessore del monastero di S. Caterina, stava celebrando davanti alle
monache, una delle particole in cui era stata divisa la santissima
ostia
dell'eucarestia alla fine della consacrazione fu vista fuoriuscire
dalla
patena, sollevarsi un poco in aria per poi salire verso l'organo dove
Margherita pregava ed introdursi nella sua bocca. Giulio fu talmente
stupito e ammirato da questa visione che a stento fu in grado di
terminare la messa; da allora gli rimase l'abitudine, al momento della
frazione dell'ostia, di volgere lo sguardo in direzione dell'organo per
vedere se la particola dell'ostia vi si dirigesse in volo. E' accertato
che anche in altre occasioni fu vista la particola della santissima
ostia allontanarsi dall'altare e dirigersi verso il luogo dove
Margherita pregava, fosse l'organo o l'abside, ed entrare nella sua
bocca. Ciò avvenne nella maniera più manifesta e
clamorosa una mattina, mentre il confessore padre Priolo, uomo di
costumi integerrimi e di specchiata vita, amministrava la sacra
eucarestia alle monache: in quel momento, infatti, la fanciulla
Maddalena Venturelli insieme ad altre monache vide la particola della
santa ostia, circonfusa di grande splendore ed emanante dei
fulgidissimi
raggi, volare attraverso l'abside della chiesa, raggiungere il
presbiterio ed introdursi nella bocca di Margherita. E quando
Margherita aprì la bocca per ricevere il santissimo Corpo di
Cristo, si vide come se un sole sorgesse e riempisse di luce
chiarissima quel luogo.

Un'altra volta, mentre celebrava la messa il sullodato padre Priolo,
dopo l'elevazione dell'ostia, Margherita balzò fuori
improvvisamente dall'organo e cominciò a correre velocemente,
tanto da far dire a qualche altra: Vedete
come è impazzita, né si vergogna di comportarsi
così insensatamente. Invece lei, si era diretta con
decisione verso la ruota che stava in chiesa, dove trovò una
particola della sacra ostia che risplendeva grandemente, e che fu vista
anche da suor Cecilia, la custode del presbiterio di allora. Infilata,
perciò, la testa all'interno della ruota, aprì la bocca
e,
assunto con riverenza il santissimo corpo di Cristo, ritornò
presso l'organo. In quel giorno si nascose e non parlò con
nessuno se non con Dio, che teneva così stretto nel suo cuore da
non permetterGli quasi di andare via.
Un giorno, mentre stava recitando le lezioni dell'ufficio nel
Coro, Domitilla Nacci, nobile d'Amelia e monaca in quel convento,
vide sul dito anulare sinistro di Margherita un anello d'oro di
mirabile
splendore che con la sua luce obbligò Domitilla a socchiudere
gli
occhi per tutta la durata della lettura di Margherita.
In un'altra occasione, mentre saliva ginocchioni la scala santa che si
trova nel convento, a metà ascesa le apparve Cristo Signore che
portava sulle spalle la croce e al quale, mossa da un sentimento di
compassione, disse: O Signore, sono
stata io con i miei peccati ad imporre questa croce sulle tue spalle.
Inoltre, poiché era dotata di un grandissimo sentimento di
carità verso i poveri e i malati, a loro beneficio ottenne anche
questa grazia dall'Elargitore di tutti i beni: ella collocava
all'aperto
molti vasetti nei quali il Cielo versava in determinate ore un liquido
che Margherita diligentemente raccoglieva e conservava per offrirlo
come unzione ai malati, che venivano guariti tutti, qualunque malattia
avessero.
Ma fra tutte le manifestazioni di grande amore di cui l'amorosissimo
Sposo delle anime la fece segno, ve ne fu una straordinaria,
meravigliosa e di là della portata dell'intelletto umano, opera
esclusiva del sommo Creatore della natura ed Arbitro di tutte le cose:
Cristo Signore, mentre lei era ancora in vita, le asportò con la
sua destra onnipotente il cuore dal petto e lo trattenne con sé
per la durata di otto interi giorni, al termine dei quali lo
restituì a Margherita e lo rimise al suo posto. Come doveva quel
cuore essere puro, innocente, infiammato di amore celeste! In quel
periodo che per opera della divina potenza non ebbe il cuore, o
piuttosto lo tenne nelle mani del Signore, disse ripetutamente a suor
Cherubina: Qualcuno potrebbe vivere
senza cuore? E mentre quella rispondeva con un risoluto no,
Margherita soggiungeva: Eppure senza
cuore si vive. Sentiva in quella parte del petto dove era stato
asportato il cuore una calore elevatissimo come di fornace dove, anche
dopo il ritorno del cuore nel lato sinistro del petto, rimase una
cicatrice rossa e sanguinante, però non dolorosa, simile alle
stimmate di S. Francesco, splendida e bellissima, come la vide la
stupefatta suor Orsola Loaldi, che abbiamo già citato molte
volte.
Il suo spirito profetico
Questi doni il Signore coronò con lo Spirito di profezia. Una
sera di domenica, essendosi coricata sua sorella Francesca Corradi per
una leggera indisposizione, subito Margherita accorse e disse alle
monache che facessero venire senza indugio il confessore, perché
sua sorella era ormai alla fine e in poco tempo sarebbe morta.
Quell'ammonimento parve prematuro, né le monache né la
malata stessa vi credevano affatto: la malattia non sembrava per niente
grave dal momento che si notava solamente una leggera influenza. Fu
chiamato non di meno il confessore, al quale Francesca fece una
confessione completa, accuratissima e sincera. Margherita, tuttavia,
premeva affinché gli altri sacramenti fossero somministrati
senza
indugio, perché, diceva, la morte si avvicinava a grandi tappe
ed era ormai alle porte; e così stavano veramente le cose.
Infatti, il terzo giorno dall'inizio della malattia, il giovedì,
la sorella esalò l'anima a Dio.
Predisse che Egidio Delfini, un laico che non aveva mai visto in
precedenza, sarebbe diventato sacerdote e confessore del monastero di
S.
Caterina, e gli mostrò di essere a conoscenza dei suoi
più
intimi pensieri. La sua predizione si compì in quell'epoca sia
per Egidio che, identica, per Pietro Leonini.
A Fulgenzio Carleni, nobile d'Amelia, quando si recò da
Margherita per ringraziarla delle preghiere a suo favore, che le erano
state richieste dal Confessore senza rivelargliene il motivo,
Margherita
disse per tutto il colloquio: Vai
contento, perché a Roma otterrai Vittoria. Egli, che era
in procinto di andare a Roma, vi sposò infatti una donna di nome
Vittoria.
Invitò, inoltre, a stare tranquilla la moglie del governatore
d'Amelia, della famiglia Boccaleone, promettendole che i gioielli che
le
erano stati da poco sottratti, le sarebbero stati restituiti. Non molti
giorni dopo, furono consegnati tutti ad un frate dell'Ordine dei Minori
Riformati del convento di S. Giovanni d'Amelia, affinché lui li
restituisse segretamente alla summenzionata nobildonna; fatto
sorprendente, perché quei ladri in precedenza non avevano mai
restituito nulla, ma ancor di più perché quella signora,
che in precedenza era stata sterile, da quel momento della profezia di
Margherita, cominciò ad ottenere da Dio una prole copiosa e di
felice avvenire.
Risiedeva in quello stesso convento una nobile fanciulla di cui abbiamo
parlato più volte, di nome Maria Francesca, figlia di sua
sorella, della famiglia Racani, che era entrata nel monastero
all'età di otto anni come educanda. Adolescente e non e ancora
monaca, come tutti quelli della sua età, era solita talvolta
dire
qualche piccola bugia a Margherita. Quella, che ben conosceva l'intimo
dei cuori e le vere intenzioni dell'animo, la colpì due
volte dicendo, Non è vero, hai
detto una bugia. Un altro giorno, quando Francesca aveva
insultato un'altra fanciulla, Margherita comparve e le diede uno
schiaffo, ordinandole di chiedere perdono all'altra e di baciarle i
piedi. Riusciva a vedere, infatti, tutte le sue azioni, di giorno e di
notte e la rimproverava non solo delle mancanze da lei già
commesse, ma anche di quelle avrebbe commesso di lì a poco.
Poiché suor Benedetta Morelli, conversa di Todi, le si era
avvicinata molte volte a criticare altre monache, prima che lei aprisse
bocca, Margherita le mostrava di sapere già tutto, anche tutto
ciò che lei faceva, quando non c'era nessuno, riferendone con
tutti i particolari, come se potesse sempre conoscere i suoi intimi
segreti allo stesso modo delle azioni esteriori.
Una mattina, a una fanciulla di Terni, educanda nello stesso convento,
che aveva fatto la Comunione insieme alle altre, Margherita disse: Figlia, se non temessi di dare scandalo
alle altre, non ti darei assolutamente il permesso di accedere alla
divina Comunione per il motivo che tu stessa conosci. Allora
quella, esaminatasi con più scrupolo, riconobbe onestamente il
suo occulto peccato che solo Dio conosceva, dato che lo aveva taciuto
nella confessione sacramentale, e non poco ne arrossì.
Allo stesso modo si comportò con un'altra ragazza, questa volta
una monaca ancora novizia; spesso, infatti, la esortava a rendere una
generale e completa confessione, affermando chiaramente di conoscere
bene tutti gli occulti segreti della sua coscienza. Questa fanciulla,
che nelle precedenti confessioni aveva nascosto qualcosa al sacerdote,
rendendo così nulle le stesse confessioni, aveva sì
deciso
molte volte di aprirsi completamente al confessore, ma ogni volta,
vinta dalla vergogna e dall'istigazione del diavolo, si era trattenuta
e non aveva fatto quest'ammissione salvifica. Margherita perciò,
avendo pietà di lei su ispirazione divina, un giorno la prese e
la trascinò con le sue mani dal confessore, affinché
abbandonate tutte le esitazioni e deposta ogni vergogna irragionevole
ed inopportuna, rendesse finalmente una generale e completa confessione
dei peccati, con lei che stava poco distante. Che c'è di
sorprendente nel fatto che Margherita a tal punto penetrasse
perfettamente i segreti occulti dei cuori umani, dal momento che il suo
spirito, per opera del divino Amore, era ormai una sola cosa con Dio?
Chi infatti aderisce a Dio, forma con Lui un solo spirito; e
perciò, sebbene fosse lontana col corpo, con lo spirito invece
era presente in luoghi e tempi diversi e, quel che più conta,
penetrava nelle menti e nei cuori. Tre giorni prima di morire,
coricatasi, alzò le braccia ripetutamente, toccandosi la testa
con le mani, dicendo: Quale danno
subirà il mio capo! Le monache che le stavano attorno non
capirono assolutamente la frase di Margherita, ma in seguito compresero
che aveva previsto che la sua testa sarebbe stata sezionata per
estrarne
il cervello, come avvenne realmente. Ebbe, dunque, sicuramente il dono
della virtù profetica che rende gli uomini simili a Dio: annunciate le cose future e diremo che voi
siete Dei.

Miracoli da lei
procurati
Dio, ai suoi servi grandi, oltre al
dono della profezia suole elargire
anche la grazia dei miracoli, specialmente delle guarigioni, che
Margherita operò moltissime sia durante la sua vita che dopo la
morte. Ora parleremo delle prime.
Nel 1666 un falegname di Agliano che soffriva da tempo per degli acutissimi dolori interni, a tal punto che si buttava a terra come morto a causa della loro intensità, nel momento in cui ricevette da Filippo Placidi un frammento della cintura che Margherita era solita indossare e la pose su di sé, recuperò completamente la salute e si poté da allora dedicare al suo lavoro di falegname libero da ogni dolore.
Una neonata ormai quasi senza vita, che non poteva neppure succhiare il latte, fu portata a Margherita, la quale, toccandola e facendo su di lei il segno della santissima Croce, la guarì immediatamente. Da allora la piccola prese ad alimentarsi spesso del latte e visse poi a lungo, godendo di ottima salute.
Un'altra bambina di circa quattro anni, Massimilla, figlia di Imperia Loaldi di Amelia, sofferente per una piaga nella coscia, benché il padre esercitasse la professione medica a Roma e nonostante le fossero stati applicati da un valente chirurgo molti medicamenti, non solo non aveva recuperato la salute ma il male era degenerato alla fine in un tumore inguaribile. Dopo aver sofferto così pietosamente per quasi dodici anni, si avvicinava ormai alla fine; sua madre allora, che venuta a conoscenza della diffusa fama di santità che aveva Margherita, la condusse ad Amelia e gliela presentò in fin di vita. Lei, presa da compassione, unse com'era suo costume la piaga della fanciulla con l'olio che lei chiamava di S. Domenico e la fasciò col candido velo del capo e col suo fazzoletto ed in pochi giorni le restituì la salute. La fanciulla, che aveva fatto voto, in caso di guarigione, di consacrarsi, volle diventare monaca nel monastero di S. Elisabetta della stessa città d'Amelia, facendosi chiamare suor Celeste.
Lo stesso fu il caso di Ludovico Ancajani, che stava per essere
condotto a morte da un cancro che si era insediato nell'intestino
e
che ormai i medici avevano dato per spacciato. Invece, raccomandato
alle
preghiere di Margherita, fu liberato da quell'orribile malattia e visse
da allora in perfetta salute.
Una contadina della diocesi d'Amelia, invalida ad un braccio, portò da Margherita suo figlio di quasi nove anni, muto dalla nascita, e chiese il soccorso delle sue preghiere per sé e per lui. Margherita allora, dopo aver recitato una breve preghiera e aver segnato con una croce il bambino sulla fronte, sulla bocca e sul petto, unse sia lui che la madre con l'olio di S. Domenico. Insegnò poi al muto a recitare il Padre nostro e l'Angelus, e quello immediatamente fu in grado di farlo, libero completamente dalla paralisi della lingua, da cui in seguito non ebbe più a soffrire. La madre, stupefatta per il grande ed eccezionale miracolo, mentre tentava istintivamente di levare le mani al cielo per rendere grazie di un beneficio così grande, in quel medesimo istante si accorse che il suo braccio era libero da ogni invalidità e debolezza e volle allora ringraziare in ginocchio Margherita; ma la serva di Dio, che fuggiva con la più gran cura le lodi degli uomini, la ammonì di dare gloria solo a Dio e le comandò di non raccontare il fatto a nessuno. Subito dopo Margherita chiuse la porta del parlatorio e fuggì, imitando perfettamente l'umiltà del Maestro, il quale imponeva un rigido silenzio a chi aveva restituita la salute.
Un'altra donna, dalla vita non casta, si recò al monastero di S.
Caterina affetta da una malattia incurabile, supplicando con insistenza
che Margherita, con la sua solita carità verso tutti, si
degnasse
di vederla e di segnarla. Margherita, invero, si rifiutò di
scendere da lei e mandò al suo posto la suora conversa Lucia
Pierantoni a portarle un poco d'olio, col quale si unse e
recuperò la salute. Ritornata a Terni, tramite un uomo che si
recava ad Amelia, espresse tutta la sua riconoscenza a Margherita per
aver recuperato la salute grazie ai suoi meriti.
La figlia dodicenne del nobile tudertino Gerolamo Chiaravalle era quasi
del tutto sfigurata per effetto d'intossicazioni e di malefici,
debilitata a tal punto in tutti gli organi che le sue gambe erano
gracili e sottili come cordicelle e in nessun modo idonee a camminare,
neppure per fare un solo passo. Condotta da Margherita, fu da lei
toccata ed unta con l'olio in tutte quelle membra senza forze; poi
Margherita chiese alla ragazza se volesse diventare monaca ed ella
rispose che quello era il suo grande desiderio. Fu dunque restituita al
padre ed invitata a sperare fondatamente che di lì a poco
avrebbe
camminato e goduto di un'ottima salute; lo stesso giorno all'ora dei
vespri, al ritorno a Todi, cominciò a camminare di sua spontanea
volontà, senza aiuto, ed in seguito visse in completa salute,
nel
pieno delle forze.
Gli fu anche presentata una fanciulla malata in viso, che era tutto
ricoperto di lebbra e di scabbia. Margherita con semplicità si
mise a camminare insieme a lei, tenendola soltanto per mano, per
consolarla. Quella se ne andò via con i suoi accompagnatori, ma
poco dopo ritornarono tutti a ringraziarla perché la fanciulla
aveva recuperato la salute lungo la strada per casa. A Margherita
rincrebbe non la guarigione della fanciulla ma, come lei diceva, la sua
stessa audacia, per la quale sosteneva che la sua mano avrebbe dovuto
essere amputata per aver così sconsideratamente praticato
l'imposizione sul volto della fanciulla. Infatti, affinché non
fosse attribuito a lei il potere di guarire tutti quei malati, li
ungeva
con l'olio di S. Domenico. Noi in questo miracolo, attraverso
l'esaltazione della modestia di Margherita, possiamo riconoscere quella
rara facoltà concessa da Dio a lei e ad altri suoi grandi servi,
che venne individuata da S. Gregorio Magno nei Dialoghi, lib. II, cap. 30 e 31:
quella di operare miracoli non solo per mezzo della preghiera, ma
talvolta direttamente con un potere a loro concesso da Dio, come
avvenne, dice il santo Dottore, quando il principe degli apostoli fece
morire Anania e Saffira non con la preghiera ma con la sua maledizione,
e quando il nostro santissimo Patriarca Benedetto liberò
istantaneamente un contadino che era stato legato in maniera
strettissima con delle corde da un Goto, non ricorrendo a nessuna
invocazione, ma semplicemente con il suo sguardo.
Nel 1646 ridiede la salute alla fanciulla Bernardina Loaldi che
dimorava nel monastero di S. Caterina, la quale aveva perso l'udito da
entrambe gli orecchi a causa di una tremenda caduta, ungendola con
l'olio di S. Domenico. Ugualmente, la monaca Orsola Loaldi, di cui
abbiamo fatto spesso menzione, che i medici avevano dichiarato
moribonda
per essersi spezzata due costole e la vena del petto per una grave
disgrazia, fu riportata in vita da un segno della Croce di Margherita.
Non si porrebbe mai fine a questo resoconto, se si volessero riferire
singolarmente tutti i miracoli compiuti da Margherita quand'era in
vita.
Innumerevoli sono, infatti, i malati d'ogni condizione, affetti da
diverse malattie ed invalidità che recuperarono in modo
straordinario il loro antecedente stato di salute per opera di
Margherita.
Ormai si era avvicinato il tempo in cui questa Perla preziosa sarebbe
stata riposta dal divino Pescatore nei tesori celesti. Margherita aveva
vissuto 95 anni (o, come affermano altri, 105), di cui novanta
trascorsi
in monastero, nella santità più eccelsa e in penitenza. E
così, minata dalla vecchiaia e dalla volontaria macerazione del
corpo, o piuttosto, consumata dolcemente dal fuoco di un amore
trascendente, si avvicinava al termine della vita mortale. Infatti,
qualche mese prima di essere liberata dal carcere corporeo, sentendosi
bruciare ancora più intensamente dalle fiamme dell'eterno Sposo,
e desiderando ormai in maniera ardentissima di dissolversi e di essere
con Cristo e di contemplarlo nella gloria faccia a faccia, esclamava
ripetutamente: Signore mio e Dio
mio;
fuoco eterno, fuoco eterno; e senza sosta ripeteva i sacri inni
e i versetti dei salmi di Davide. Otto giorni prima della morte una
monaca le chiese cosa dell'aldilà presagisse il suo cuore; lei
allora rispose: Cosa potrebbe
predire il mio cuore, dal momento non ce l'ho? Frase che ci fa
capire come Dio più di una volta le avesse asportato il cuore,
per conservarlo nelle Sue mani e restituirlo a lei purificato al
massimo, infiammato di amore serafico e adorno delle più eccelse
virtù. Ormai prossima alla morte, la si sentiva ripetere sempre
più spesso queste parole: Andiamo,
andiamo, e poiché le altre monache le dicevano: Vogliamo venire anche noi con te,
lei rispondeva: Assolutamente no, non
voglio nessuno con me, nessuno,
e
di nuovo: Andiamo, andiamo a letto;
e poiché quelle le facevano presente: Sei già coricata,
Margherita
sorridendo taceva, simile in tutto alla donna forte, che riderà nell'ultimo
giorno.
Poco prima di spirare, previde e predisse il letto grande, come lei lo
chiamava, cioè il catafalco provvisorio che si sarebbe innalzato
per il suo cadavere: Che letto alto!
farete delle belle cose a gloria di Dio! Le monache non capivano
proprio niente di quelle cose; infatti, tutto questo le accadde dopo la
morte per ordine e volontà del vescovo d'Amelia, Gaudenzo Poli.
Ormai agonizzante, aprendo gli occhi, li fissò al Cielo, ed
erano
talmente luminosi da sembrare piuttosto delle stelle del firmamento,
procurando a chi li guardava gioia e letizia; anche la sua faccia
divenne allora talmente bella da acquistare lineamenti angelici
piuttosto che umani. Abbassò infine gli occhi a terra e sorrise
pianamente: in quel momento rese l'anima a Dio, il 30 aprile 1666, alle
19, la stessa ora in cui Cristo, crocifisso per la salvezza del mondo,
aveva esalato lo spirito nelle mani del Padre. Margherita legò
così la sua morte alla Passione del Signore di cui fu sempre
devotissima, come abbiamo sopra riportato, allo stesso modo di S.
Caterina da Siena, la cui festa si celebra anch'essa il 30 aprile.
Il corpo della defunta, mentre era lavato secondo l'usanza, rivelò oltre alla piaga del costato che le era stata impressa da Dio, anche quattro altre piaghe che si era inflitta in varie parti del corpo per rendere ancora più dure le penitenze; e così con queste cinque piaghe esprimeva più da vicino l'immagine del Crocifisso. Dopo di ciò, rivestirono in maniera decorosa il corpo, come suole farsi, ed alla fine di quest'accurata preparazione, le posero una piccola immagine del Crocifisso sul cuore, secondo la consuetudine di quel monastero. Quand'ecco (cosa veramente prodigiosa!) il suo stesso cuore, benché fosse già morto, riprese a muoversi ed i battiti per ben tre ore fecero sussultare alla maniera dei mantici, su e giù con grande impeto, le vesti e la stessa immagine del Crocifisso. E così quel cuore, ancora riscaldato dall'amore di Dio, sentendosi vicino al suo amato Dio Crocifisso, ancora impazziva per la gioia, dando ragione al regale autore dei salmi: Il mio cuore e la mia carne esultarono nel Dio vivente; infatti, l'adorabile segno della croce era l'immagine del Dio vivente. Portatesi poi nell'abside della Chiesa, tutte le monache le baciarono le mani: tra di loro Maria Scolastica, nobile d'Amelia, mentre la stava toccando per poterla baciare, sentì e vide che la sua stessa mano era stata presa e stretta con forza da quella di Margherita che sembrava quella di una persona ancora viva, a tal punto era tenera e sciolta. Questo prodigio causò nell'animo di Maria Scolastica una tale sorpresa ed una tale gioia che non poté fare a meno di piangere per molti giorni.
Mentre giaceva sopra il feretro esposta allo sguardo di tutti
all'interno della chiesa, fra Angelo Blasi, teologo degli Eremitani di
Sant'Agostino (di cui abbiamo già detto che ebbe in seguito
l'incarico di interrogare, nel rispetto dei canoni, tutte le monache
sulla vita e le virtù di Margherita per ordine del sullodato
vescovo d'Amelia, Gaudenzo Poli), costui dico, vide il volto di
Margherita distesa sul catafalco risplendere come il sole ed una
radiosa
aureola d'oro luccicante circondare il suo capo, mentre avvertiva un
profumo celestiale che continuò a sentire anche in seguito, ogni
giorno che si recò in quella stessa chiesa a raccogliere le
testimonianze delle monache sulla santità di Margherita.
Un certo giorno, mentre stava celebrando proprio in quella chiesa una
messa per l'anima di lei, citò il suo nome senza assolutamente
accorgersene sia nel memento dei vivi che in quello dei morti, ed
entrambe le volte sia lui che l'inserviente, che era Olimpiade
Artemisi,
udirono come un dolcissimo suono d'organo dal lato del sepolcro di
Margherita. Inoltre, il giorno 2 maggio, cioè due giorni dopo la
sua morte, per ordine dello stesso vescovo d'Amelia, il cancelliere
episcopale e il vicario generale Francesco M. De Rossi di Senigallia
eseguirono la ricognizione della cicatrice della ferita sopra
menzionata che stava sotto la mammella sinistra, lunga circa quattro
dita; firmarono come testimoni i presenti Orsino Archileggi e Corrado
Orsini, nobili d'Amelia, che individuarono molto distintamente quella
piaga alla luce del sole di mezzogiorno.
Proprio nell'istante in cui moriva, Margherita apparve a suor
Margherita Coccola, monaca del monastero di S. Monica della medesima
città (ricordata al cap. 8, n. 2), anch'essa una grande serva di
Dio, e dopo averla salutata le disse di aver già lasciato questo
mondo e di essere in procinto di salire al Cielo per grazia di Dio, per
stabilirvisi e goderne per sempre, e la esortò con calore a
compiere penitenze per ottenere la conversione e la salvezza dei
peccatori, compito che affidava a lei rimasta sulla terra. Subito dopo,
la stessa monaca vide Margherita levarsi come in volo e svanire verso
il
cielo. In seguito, quest'altra Margherita godette per non pochi giorni,
ininterrottamente e in maniera inspiegabile, di un'intima unione con
Dio, di grande gioia e pace del cuore.
Più di una volta dopo la morte fu vista nel coro al posto
consueto con addosso l'abito monastico, come se fosse ancora tra i vivi
e fu udita cantare con le altre; e come dal suo scranno si udiva la sua
voce, così dalla sua cella proveniva un soavissimo profumo.
Talvolta fu udita anche flagellarsi mentre le altre monache insieme
praticavano quella penitenza, ed intonare il miserere insieme alle
altre; a tal punto era stata amante della penitenza, che in un certo
senso sembrava che neppure dopo la morte e già beata potesse
staccarsene.

Nel 1667, mentre una suora, Benedetta Roccamaggiore, stava dipingendo
di verde delle finte foglie di rosa, come sono solite con arte fare le
monache, accadde che una goccia di un liquido fortemente corrosivo che
loro stesse producono a quello scopo con il verderame, la ruta,
l'aceto,
le cadesse in un occhio, procurandole un dolore ed una palpitazione
talmente intollerabili da far credere che l'occhio in breve sarebbe
scoppiato. Invece, accostati all'occhio leso alcuni capelli della
defunta Margherita, lì per lì il dolore cessò e in
un batter d'occhio il suo occhio guarì.
Nel 1703, si recò da Orvieto al monastero di S. Magno di Amelia,
dove io stesso, l'estensore di questa Vita, ero allora il confessore
ordinario delle monache del nostro Ordine e della Congregazione,
Maddalena Danielli orvietana, quarantott'anni, moglie di Filippo
Petrucci della stessa città, insieme a suo figlio Francesco di
vent'anni, e chiese di me. La signora mi disse di essere venuta ad
Amelia, per pagare il debito di gratitudine verso Dio e la sua serva
Margherita Corradi per la grande grazia ottenuta presso Dio
dall'intercessione e dai meriti della stessa Margherita; infatti, suo
figlio era stato affetto da una gravissima malattia ad una gamba che
serpeggiava come un cancro da una parte all'altra, procurandogli acerbe
sofferenze e spasimi insopportabili, impedendogli di mangiare e di
dormire. Ma nell'agosto dello stesso anno 1703, alcune sue sorelle
monache del monastero orvietano chiamato del Gesù, dell'Ordine
di
S. Francesco, si erano ricordate che presso di loro si trovava il
fazzoletto di Margherita, che una volta era stato donato alla loro
nonna paterna, una Brunelli, anche lei Maddalena di nome. E così
inviarono subito quel fazzoletto alla loro sorella Maddalena,
persuadendola a raccomandarsi alle intercessioni di questa grande serva
di Dio ed a prometterle qualcosa in caso di guarigione ottenuta; lei
allora promise che si sarebbe recata ad Amelia a renderle grazie e che
le avrebbe dedicato una tavoletta votiva. Senza indugio applicò
il fazzoletto alla gamba piagata, ed ecco, subito la tumefazione
cominciò a sgonfiarsi, il dolore svanì, il bruciore e
l'infiammazione cessarono, la ferita e la pelle entro pochi giorni si
rimarginarono e rimase solo una cicatrice.
Attribuendo perciò ai meriti di Margherita la salute ritrovata e
intenzionata a mantenere le promesse, com'è giusto, si
recò ad Amelia presso il convento di S. Caterina a parlare con
la madre badessa, alla quale raccontò l'intera storia. Quella la
rinviò a me, sapendo che mi ero accinto a comporre per sommi
capi la Vita della stessa
Margherita, a gloria di Dio e della sua serva, affinché anche
questo miracolo venisse unito agli altri già documenti prodotti.
Acconsentii molto volentieri ed ho raccolto con scrupolo questa
straordinaria testimonianza da Maddalena Danielli,